giovedì 11 ottobre 2018

REPARTO AMLETO - Regia di Lorenzo Collalti


Tutte le volte che sentiamo il nome di Amleto nel titolo di uno spettacolo teatrale, siamo portati a pensare che ci si stia per trovare dinnanzi all'ennesima improbabile rivisitazione del classico dei classici, in nome di una sedicente ricerca artistica, ma questo spettacolo non è nulla di tutto questo, anzi, con arguta ironia dileggia proprio tale mal costume. Amleto stanco di essere maltrattato e profanato dai registi moderni, va in crisi, e colto da un esaurimento nervoso che lo porta a non capire più esattamente quale sia il suo vero senso, si ritrova su una sedia a rotelle, nel reparto di igiene mentale di un ospedale, sorvegliato da due singolari infermieri. Amleto ci viene presentato come un ragazzo giovane e fragile, il quale suscita quasi tenerezza nel suo sentirsi confuso e schiacciato dal peso del significato filosofico che da quattro secoli viene attribuito alla sua tragedia e al suo personaggio, dalla gravità di quel “dubbio universale” che si trascina dietro il suo monologo, divenuto il monologo teatrale per antonomasia.
La tragedia di Amleto in questo caso, diventa il volersi liberare dalla tragedia. Con questa pièce, che ha tutti i toni della commedia, la compagnia “L'uomo di Fumo” affronta un argomento per nulla faceto.
Il principe di Danimarca (Luca Carbone) finalmente si ribella, e prova a spiegare il suo tormento al primario della clinica (Lorenzo Parrotto), il quale per guarirlo gli propone di mettere in scena il suo psicodramma, proprio con l'aiuto dei due improbabili infermieri (Cosimo Frascella e Flavio Francucci). Ne scaturiscono dialoghi surreali, battibecchi e gag che fanno perno soprattutto sui buoni tempi comici dei due infermieri, che se pur fannulloni e indolenti, prenderanno a cuore il caso del giovane Amleto e involontariamente, con le loro parole, lo guideranno nel suo percorso di consapevolezza.
Niente scenografia, tutto poggia su un testo ben scritto, e quattro attori giovani che gestiscono con sicurezza la scena.
Il ritmo è serrato, sinergico l'incontro tra registri linguistici differenti, quello popolare e folcloristico dei due infermieri e quello del disorientato Amleto, il quale farnetica con linguaggio aulico versi del bardo e profondi concetti intellettuali.
Amleto vorrebbe solo riuscire a tornare alla sua autenticità, a spogliarsi dal fardello del suo “personaggio” e poter essere solo una “persona”. Vorrebbe rifuggire una volta e per tutte dai soprusi dei registi contemporanei, i quali non sapendo resistere alla tentazione di abbandonarsi alle più sottili analisi di reconditi processi mentali e alla ricerca di un'originalità a tutti i costi, lo rimestano sulla scena agghindato nei modi più indecorosi.
Ce la farà il giovane principe di Danimarca finalmente ad emanciparsi?
Un dubbio resta, ma che non sia amletico.
Susy Suarez 

Reparto Amleto 
scritto e diretto da Lorenzo Collalti
con Luca Carbone, Flavio Francucci, Cosimo Frascella, Lorenzo Parrotto

Produzione Teatro di Roma - Teatro Nazionale 
in collaborazione con L’Uomo di Fumo - Compagnia Teatrale
Spettacolo vincitore di Dominio Pubblico edizione 2017

venerdì 6 luglio 2018

MOLTO RUMORE PER NULLA - Regia di Loredana Scaramella





Il Silvano Toti Globe Theatre è un piccolo gioiello delle serate d'estate nel cuore di Villa Borghese, ed entrarvi dona sempre un'emozione speciale.  Chi ha avuto la possibilità di visitare l'originale storico a Londra, resterà  incantato nel rendersi conto di quanto questa copia italiana sia a esso incredibilmente fedele e di quanto sia di valore per questa città una struttura che propone e valorizza un tipo di teatro ancora gradito e applaudito a distanza di secoli.
Nel momento in cui il sole tramonta e si accendono le luci di scena, si crea un'atmosfera magica senza eguali. Un inatteso Gigi Proietti compare sul palco prima dell'inizio dello spettacolo con un saluto agli astanti e per inaugurare, con un breve discorso di introduzione, la nuova stagione (ricordando che questo è ben il quindicesimo anno della storia del Silvano Toti Globe Theatre). Quindici anni in cui questa meravigliosa realtà ha resistito indomita. Proietti, poi, libera il palco allo spettacolo accomiatandosi a suo modo con un esilarante sonetto in romanesco che elucubra sulla verità del teatro, la menzogna e la finzione.
Ad aprire la stagione quest'anno è “Molto rumore per nulla”, nella versione diretta da Loredana Scaramella, classicamente e puramente in costume d'epoca, nessun rimaneggiamento o rivisitazione, ma con la purezza del testo shakespeariano e la professionalità di ben sedici attori in scena.
La celeberrima commedia shakespeariana è pregna di riferimenti letterari, giochi di parole, equivoci, finti decessi, tradimenti, rispettando la sua più classica delle tradizioni, ma svelandosi non solamente come una semplice commedia, visto che spesso attraversa anche i toni foschi del dramma. Il tutto è diretto con armonia ed eleganza. Le coreografie sono impeccabili e gli spazi del teatro, così unico nel suo genere, sono utilizzati con arguzia prestandosi al divertente gioco di corde e drappi bianchi, che si trasformano ora in un'altalena, ora in un pendaglio da forca, ora in appigli su cui aggrapparsi e nascondersi, o atti a improvvisare separé. Curati e ben assortiti i costumi. Molto coreografiche le grottesche maschere che i personaggi maschili indossano alla festa nella quale inizieranno poi a delinearsi le trame e gli amori. L'originale spirito della commedia, dunque, risulta pienamente rispettato. Questo è un testo leggero solo a prima vista, mai banale; è una farsa dove tutto ciò che si osserva è in realtà una 'costruzione'. La parola è la vera divinità che gioca insieme ai personaggi, modificandone comportamento e destino. E' la 'diceria', un nulla che passa di bocca in bocca, che svilupperà tutto quanto fino al limite di una tragedia provocando, così, il “rumore per nulla”. Shakespeare, da sempre un antesignano, ci dimostra che le fake news esistevano già nel 1600, e, trattandosi di una commedia, aspettatevi pure il lieto fine.
Grande cura nella scelta del cast, molto affiatato, considerando che sedici attori in scena, anche per un regista in gamba, non sono mai semplici da gestire, tanto meno in un tipo di allestimento del genere, dal ritmo vorticoso e sostenuto per quasi tre ore. Tre ore che scorrono con piacevolezza, grazie anche agli inserti musicali del trio William Kemp, il quale sulle musiche del poliedrico compositore e attore Stefano Fresi, scherzano sui ritmi della tarantella e sulla dolcezza scanzonata degli stornelli.
Al momento dei saluti finali gli attori scendono nel pite, assieme al pubblico, si lanciano nelle danze di un'allegra tarantella. Impossibile non lasciarsi trascinare dal ritmo e dall'allegria o abbandonarsi a due volteggi prima di uscire da quel piccolo sogno nel cuore di Villa Borghese che è il Silvano Toti Globe Theatre, a cui auguriamo ancora tanti anni di intensa e pregevole attività. 

Susy Suarez  



"Molto rumore per nulla" 
Regia di Loredana Scaramella
Interpreti:
Margherita LARA BALBO
Claudio FAUSTO CABRA
Ero MIMOSA CAMPIRONI
Don Pedro FEDERIGO CECI
Seconda guardia JACOPO CROVELLA
Frate Francesco, Sorba DIEGO FACCIOTTI
Borracio ALESSANDRO FEDERICO
Antonio, giudice ROBERTO MANTOVANI
Leonato MAURIZIO MARCHETTI
Don Juan MATTEO MILANI
Beatrice BARBARA MOSELLI
Corrado
Orsola
Corniolo, Baldassarre
Benedetto
Prima guardia IVAN OLIVIERI
LOREDANA PIEDIMONTE
CARLO RAGONE
MAURO SANTOPIETRO
FEDERICO TOLARDO
Musiche eseguite dal vivo
Trio WILLIAM KEMP
Percussioni Michele Di Paolo
Mandolino Luca Mereu
Chitarra Antonio Pappadà
REGIA
Loredana Scaramella
MAESTRO MOVIMENTI DI SCENA
Alberto Bellandi
AIUTO REGIA
Ivan Olivieri – Francesca Cioci
MUSICHE
Stefano Fresi
COSTUMI
Susanna Proietti
DISEGNO LUCI
Umile Vanieri















giovedì 17 maggio 2018

PRIMA DI ANDAR VIA - Regia di Francesco Frangipane


In scena dal 9 al 27 maggio al teatro Piccolo Eliseo, torna in scena “Prima di andar via”, opera scritta da Filippo Gili per la regia di Francesco Frangipane, uno dei testi che insieme a “L'ora accanto” e “Dall'alto di una fredda torre”, compongono una fortunata e intensa trilogia drammaturgica che indaga in modi diversi temi legati al rapporto tra amore e morte, dinamiche familiari distorte, il libero arbitrio, la struttura della tragedia classica che incontra il contemporaneo.
Una madre, un padre, due sorelle e un fratello riuniti intorno a un tavolo, una cena come tante, una famiglia ordinaria che chiacchiera di cose ordinarie, gli esami universitari, i nipotini, le vacanze. Scherzano, ridono, battibeccano, le voci si accavallano affrescandoci uno spaccato di quotidianità. Solo il figlio più grande Francesco, resta a lungo silente, ma quando aprirà bocca, lancerà una bomba che scuoterà le fondamenta di tutta la famiglia. “Io domani non sarà più vivo” il suo agghiacciante annuncio.
Ha un fascino sinistro il modo in cui intorno all'intimità domestica della tavola da pranzo, pian piano assistiamo al cedimento psichico di tutti i personaggi e osserviamo affiorare conflitti, rimpianti, pudori, ostinazioni.
La pièce ci lascia spiare il quotidiano, con i suoi tempi, le pause, i lunghi respiri, i silenzi densi che non tolgono ritmo, anzi, accelerano i battiti, e raffinano l'ascolto. Francesco si sente un morto che cammina, svuotato dalla recente perdita della moglie, annuncia la sua decisone, ponderata, razionale, incontrastabile, presentando la morte come qualcosa di salvifico, unico strumento di libertà.
Ma più che il dramma dell'uomo, assistiamo al dramma della famiglia.
Dove finisce l'amore e dove inizia l'egoismo,l'attaccamento, la morbosità, la paura dell'instabilità, il castello di certezze e abitudini che la presenza di un congiunto costruisce nella nostra vita?
La scenografia è essenziale, fredda, severa, un tavolo, delle sedie, alcuni suppellettili che ai lati della scena suggeriscono la presenza degli altri ambienti domestici separati da mura invisibili. I personaggi non escono mai di scena, restano immobili ai lati del palco come statue di cera, annichiliti, per poi tornare a combattere come alternandosi al centro di un ring immaginario che non vedrà né vincitori né vinti.
Ciò che emerge è un generale senso di impotenza, il cui apogeo si manifesta in un abbraccio collettivo, un intreccio di disperazione, il vano tentativo di aggrapparsi alla vita di Francesco, alla loro vita, non farlo andare via, tenerlo a sé a tutti i costi. Sono tante le domande che la pièce solleva nelle coscienze degli spettatori.
Chi è il vero egoista? L'uomo che sceglie di utilizzare il suo libero arbitrio e decidere per la sua vita, a dispetto del dolore che sa di causare ai suoi congiunti, o quello dei suoi cari che vorrebbero ignorare quell'urlo d'angoscia e tenerlo accanto a loro anche così, uno zombie assuefatto al dolore? È normale che un uomo resti prostrato a tal punto per la perdita di una persona cara o ciò è sintomo di debolezza d'animo, scarsa presenza a se stesso? Magnifico Giorgio Colangeli nel ruolo di un padre ora burbero, ora tenero, che tenta di far valere la sua autorità nell'affanno di un cuore spezzato. Michela Martini è una madre piccola e fragile, Barbara Ronchi è la sorella più ostinata e combattiva, Aurora Perez è la più giovane, colei che sembra detenere un'ingenua saggezza, l'unica che in qualche modo riesce a empatizzare col dolere del fratello e rassegnarsi ad esso. Con il suo grido “E' finita!” tenta di placare la pertinacia e l'accanimento del resto della famiglia.
Non sembra facile trovare una verità nel dipingere una simile tragedia che può apparire inverosimile su molti punti di vista, ma Frangipane vi riesce, grazie alla recitazione asciutta di ottimi interpreti, una regia al servizio di un testo che se pur spietato, è priva di eccessive e inutili enfasi e lascia la platea sospesa tra lunghi silenzi e attese vibranti di parole.
Susy Suarez



Prima di andar via
di Filippo Gili
con Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini,
Aurora Peres, Barbara Ronchi
scenografia Francesco Ghisu
costumi Cristian Spadoni
luci Beppe Filipponio
musiche originali Roberto Angelini
regia Francesco Frangipane
Produzione ARGOT PRODUZIONI
Durata spettacolo: 75 minuti – atto unico




venerdì 6 aprile 2018

INCOGNITO - Regia di Andrea Trovato

In scena dal 4 al 22 aprile al teatro Della Cometa, il regista Andrea Trovato porta in scena “Incognito” la nuova opera del giovane drammaturgo contemporaneo Nick Payne.
Esibendosi su un palco dalla scenografia semplice, pochi elementi che danno un senso di circolarità, quattro attori, due uomini e due donne, passano da un personaggio all'altro, da una situazione all'altra, avanti e indietro nel tempo. Un incarico estremamente impegnativo che il cast esegue con ammirevole abilità e precisione. Le storie che si intrecciano sono basate su fatti realmente accaduti, rimaneggiate dal drammaturgo inglese. Una segue la vicenda di Thomas Stoltz Harvey, il patologo americano che nel 1955 rubò il cervello di Einstein convinto che gli esperimenti su di esso avrebbero rivelato il mistero del suo genio. Trascorse il resto del secolo non riuscendo a dimostrare questa convinzione. Un'altra storia ci catapulta negli anni '50, e al commovente caso di Henry, un giovane che dopo un pionieristico intervento al cervello per alleviare la sua epilessia, perde ogni capacità di formare nuovi ricordi, ed esiste in quello che è stato descritto come un "tempo presente permanente". Torniamo ai tempi moderni con Martha, una neuropsicologa bisessuale neo-divorziata, che ha intrapreso una relazione con un'altra donna e la cui comprensione del fatto che "il cervello è una macchina di narrazione ed è davvero bravo a ingannarci" la sta spingendo ad alcune conclusioni piuttosto sconcertanti sul perché questa sua concezione potrebbe essere "liberatoria". Personaggi e storie si alternano in un rendez-vous senza soluzione di continuità. Solo secchi cambi di luce a effetto suggeriscono i passaggi.
La regia sceglie di dare alla pièce un taglio dark-noir, asciutto, fumoso, grigio il colore dominante anche degli abiti di tutti i personaggi. Peccato solo per alcune scelte nella traduzione del testo, che dall'inglese all'italiano perde soprattuto in vari passaggi, nei quali si avverte una certa forzatura. La parte più penetrante emotivamente, è quella che coinvolge Henry. Payne ha adattato il noto caso di vita reale di Henry Molaison, affiancando al giovane danneggiato una moglie devota, la quale fatica ad accettare la condizione irreversibile del suo amato. È solo verso la fine, quando Henry, un ex pianista, racconta involontariamente la stessa storia più e più volte, in attesa di una luna di miele con la sua fidanzata a Brighton, siamo davvero solidali con la sua pena straziante. Convinto dalla moglie a rimettersi al piano, esibisce all'improvviso senza sforzo la sua abilità, mostrando al contempo tutta la complessità del cervello umano.
Abbiamo un carattere intrinseco o semplicemente siamo un insieme di pensieri e ricordi? Se smontiamo quei ricordi o incontriamo nuove informazioni che sconvolgono la nostra identità stabile, chi diventiamo?
Uno spettacolo di qualità, che accende un' interessante riflessione sui meccanismi della mente, e lo spettatore avrà bisogno di attivarla per non perdersi nella ragnatela di connessioni che Payne ha tessuto con arguzia, e che questa ottima compagnia compone con grande capacità.


INCOGNITO

di Nick Payne

Con Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti

Regia Andrea Trovato

mercoledì 14 febbraio 2018

SORELLA CON FRATELLO - Regia Alessandro Machìa

Il regista Alessandro Machìa porta in scena al teatro Argot Studio “Sorella con fratello”, il testo di Alberto Bassetti che chiude un' ideale “trilogia della famiglia” (composta da Le due sorelle e I due fratelli, premio Vallecorsi 2013). Questo atto unico, che vede protagonisti una sorella e un fratello appunto, è un dramma privato, che monta intorno al senso di colpa, all'amore malato, morboso, all'ossessione che sfocia in follia, al delitto, alla ricerca disperata di una improbabile redenzione. Lea (Alessandra Fallucchi) sta per uscire da una detenzione di dieci anni in una struttura psichiatria in seguito all'accusa di matricidio. Leo (Alessandro Avarone) suo fratello, costantemente presente e dedito alla sorella, anche durante gli anni della reclusione, è venuto a prenderla e a portarla finalmente via con sé. La storia si dipana con ritmo serrato e crescente attraverso il dialogo tra i due giovani, i quali si trovano ineluttabilmente al momento della verità, delle confessioni, della resa dei conti. Si innesca una lotta verbale che rivela
il rapporto grottesco e malato che ha legato i due protagonisti, il mondo interiore complesso e contraddittorio di entrambi, il rapporto con la realtà fragile e allucinatorio. La scena è quasi vuota; una sedia, una tastiera e un microfono. Lea viene da un passato di cantante dalla vita sregolata tra droga e alcool. Il fratello la incita a riprendere a cantare, insieme a lui, in un sogno delirante di fama e possesso. La donna accompagnata dal fratello alla tastiera, canta con voce dolente e incolore, come desse suono alla sua anima ormai troppo bistrattata e vilipesa dalla vita, ma imprevedibilmente sarà lei la più lucida e determinata nella sua decisione finale. Dal soffitto, sempre in penombra, incombe sulla scena un crocifisso, emblema di una morale cristiana tossica e borghese, in cui i concetti di senso di colpa e di condanna, gravano su tutto. Catturante e sicuramente emotivamente impegnativo, il lungo e liberatorio monologo di Leo, in cui il fratello racconta per la prima volta alla sorella, e forse anche a sé stesso, quel che aveva sempre creduto un “segreto”. Avarone con la giusta misura di pathos e tensione, guida lo spettatore giù, nei meandri del suo inferno. La regia è coerente e misurata, per un testo che non ha bisogno di mirabolanti trovate per arrivare allo stomaco. Entrambi vittime e carnefici, Leo e Lea ci raccontano come l'amore, anche fra due fratelli, possa esplodere e bruciare, fino a capovolgersi e profanarsi fino all'estremo.
Susy Suarez


  FATTORE K e AC ZERKALO
SORELLA CON FRATELLO
 
di Alberto Bassetti

regia Alessandro Machía

con Alessandro Averone e Alessandra Fallucchi

scenografia Maria Alessandra Giuri

costumi Sara Bianchi

light designer Giuseppe Filipponio

assistente regia Elena Crucianelli

grafica e video Camilla Mandarino

promozione facebook Martina Mecacci

venerdì 26 gennaio 2018

TUTTI I MIEI CARI - Regia di Francesco Zecca


In scena dal 23 gennaio al teatro Argot Studio “Tutti i miei cari” per la regia di Francesco Zecca.
Un monologo femminile in cui, attraverso l'ottima scrittura di Francesca Zanni, la poetessa statunitense Anne Sexton torna dall'aldilà per raccontarci del suo inquietante mondo di dentro.
Quasi sempre atteggiata in una posa rigida, innaturale, con un cocktail in una mano e una sigaretta nell'altra, una posa artefatta come la sua perfetta vita da borghese benestante. Appare di bianco vestita come una sposa. Il vestito da sposa è il suo scafandro, che l'ha trascinata giù, relegandola a una vita da moglie, madre e casalinga, come i dettami soprattuto dell'epoca imponevano. Ma a che prezzo?
Le sue parole ci conducono in un viaggio imprevedibile dentro quella che chiamiamo follia. Ma cos'è infondo la follia? Esiste davvero o è solo un' intermittenza del cuore che ti fa trovare solo dinanzi a te stesso, al mistero dell'essere, all'enigma angosciante del senso dell'esistenza, a sentite di appartenere ad un'altro pianeta, a non appartenere alla “vita di fuori”, come ci ripete più volte la Sexton in questa intensa pièce.
Crescenza Guarnieri impeccabile, si avvolge totalmente in ogni piega del suo personaggio. Nei suoi occhi a tratti scintilla la follia, naviga il dolore, traspare la lucidità, sfolgora l'euforia, in un perfetto connubio tra padronanza del mestiere, cuore e generosità.
Certamente sostenuta da un'ottima direzione, la si percepisce come un'apparizione, un' anima in pena risorta dal purgatorio per raccontare di sé e poi tornare indietro, all'infinito. Il bianco e il rosso sono i colori dominanti. Rose rosso vivo sulla sua vaporosa gonna bianca e ai suoi piedi, bianchi gli schienali delle sedie di un' astratta tavola, seduti intorno alla quale l'immaginazione ci rivela le incorporee presenze di “tutti i suoi cari”: il padre, la madre, le due figliolette, il marito e il medico psichiatra che la tenne in cura.
Tutti i suoi cari, che non riuscivano ad essere il centro del suo mondo. La priorità era scrivere, scrivere come respirare. Con i suoi reading dolenti, riuscì a scuotere e impressionare tanto da arrivare a vincere il premio Pulizer per la poesia nel 1967.
Il suo genio letterario fu fortemente legato al suo tormento. Si dice che l'arte nasca dalla sofferenza, che sia un mezzo, un meccanismo eccezionale capace di aiutare a ristrutturare il dolore. Forse è quello che la Sexton cercava di fare riversando tutto nei suoi versi, ma che non le riuscì a salvare la vita.
“Tutti i miei cari” è un ottimo omaggio a una poetessa che ha usato la parola come una spada impietosa per squarciare il velo dell'ipocrisia borghese, e che grazie a questa pièce, muore e risorge ogni sera, sul un palco, davanti agli occhi di chi vorrà ascoltarla.

Susy Suarez 


TUTTI I MIEI CARI
 
di Francesca Zanni
regia Francesco Zecca
con Crescenza Guarnieri
scene Francesco Zecca
costumi Grazia Materia
light designer Claudio Cianfoni

venerdì 12 gennaio 2018

COUS COUS KLAN-Regia di Gabriele Di Luca


Un accampamento fatiscente ai confini di una fossa comune, composto da due roulotte e la carcassa di una macchina. Sembra una discarica abusiva, di oggetti ed esseri umani, rifiuti della società buttati fuori dalla recinzione che delimita le città in cui vivono le persone più abbienti. Un futuro distopico o un presente da incubo, nel quale le risorse primarie come l'acqua scarseggiano e sono state privatizzate e destinate ai più agiati, i quali vivono lontano dal “degrado”. Ma dov'è il vero degrado? Al di là o al di qua della recinzione? Ecco dove Gabriele Di Luca ambienta il nuovo lavoro della compagnia Carrozzeria Orfeo. Cous Cous Klan è un testo denso, dalla ricchezza di contenuti che quasi sommerge.
In scena sei personaggi che portano dentro la disillusione e l'amarezza di dolori antichi, ma un giorno decideranno di mettere da parte i loro attriti, per diventare una famiglia, una banda, unire le loro disperazioni per infliggere un duro colpo ai massimi rappresentanti dell'ipocrisia e del marciume all'interno della recinzione. Forse riscattare anche loro stessi? L'happy ending con la Carrozzeria Orfeo non è mai scontato. Ad aizzarli e spingerli all'impresa sarà Nina (Angela Ciaburri) una giovane e misteriosa donna, la quale un bel giorno si ritrova completamente nuda nell'accampamento, senza ricordare come vi sia arrivata. Ciò sconvolgerà gli equilibri del microcosmo composto da Caio (Massimiliano Setti) un ex prete depresso e livoroso, Olga (Beatrice Schiros) un donna cinquantenne che ancora non perde la speranza di innamorarsi e avere un figlio, Mezzaluna (Pier Luigi Pasino) un musulmano irregolare in bilico tra il senso del dovere che lo ancora alle sue tradizioni e il desiderio di essere semplicemente un uomo libero e vivere un'esistenza dignitosa, Achille (Alessandro Tedeschi), un ragazzo sordomuto alle prese con l'accettazione della sua omosessualità, Aldo (Alessandro Federico) un ex pubblicitario che a causa di un divorzio e il licenziamento, si ritrova catapultato fuori dalla recinzione a doversi adattare alla vita da reietto.
Ancora una volta la compagnia porta in scena uno spettacolo dalla precisa cifra stilistica, una poetica che supera i moralismi e le retoriche e invade con leggerezza la mente dello spettatore. La loro è un'ironia lapidaria che gioca con lo squallore, da' vita a personaggi estremi e surreali ma articolati ed estremamente verosimili nella loro umanità. Personalità che gli attori convogliano attraverso ogni sfumatura all'interno di una messa in scena orchestrata con cura e rigore, mentre le musiche originali di Massimiliano Setti contrappuntano i momenti più salienti incisive e discrete.
Momenti esilaranti come la lugubre proposta di matrimonio di Caio, o le continue avances sessuali di Olga nei confronti del compagno Mezzaluna, l'ingenuo entusiasmo con il quale Aldo espone ai nuovi amici il suo grottesco progetto pubblicitario, faranno ridere e meditare di gusto. Fuoriclasse della drammaturgia contemporanea, Carrozzeria Orfeo approderà presto al cinema con “Thanks for Vaselina”, un' opera tratta dal loro più celebre e premiato lavoro teatrale, prodotto dalla Casanova Multimedia con la regia di Gabriele Di Luca. Tutto fa pensare che daranno grande soddisfazione anche alle prese con la settima arte.
Susy Suarez

COUS COUS KLAN

uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
scene Maria Spazzi, 
costumi Erika Carretta
musiche originali Massimiliano Setti
con Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino,
Beatrice Schiros, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi

voce fuori campo Andrea Di Casa

luci e direzione tecnica Giovanni Berti
una coproduzione Teatro dell'Elfo, Teatro Eliseo, Marche Teatro
in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana e Corte Ospitale – residenze artistiche