Visualizzazione post con etichetta teatro piccolo eliseo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro piccolo eliseo. Mostra tutti i post

martedì 28 gennaio 2020

LE BRACI - Regia di Laura Angiulli


In scena al teatro Piccolo Eliseo dal 23 gennaio al 9 febbraio “Le braci” tratto dal celebre romanzo di Sàndor Màrai scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense.
Tutta la produzione di Màrai è stata riscoperta in modo tardivo, ripubblicata in francese, inglese, tedesco e italiano, ed è ora considerata parte dei capolavori della letteratura del ventesimo secolo. L'opera “Le braci” infatti, fu pubblicata nel 1943 ma apparsa in Italia solo nel 1998 e non ha mai smesso di incontrare il favore di migliaia di lettori, divenendo un classico della letteratura mitteleuropea, emblema di un mondo perduto.
Numerose le riproposizioni teatrali in giro per il mondo, persino operistiche. Il testo di per sé nella sua struttura potrebbe mostrarsi favorevole a un simile lavoro di adattamento, ma in realtà chi lo ha letto con attenzione capirà la difficoltà di questa operazione essendo quello di Marai oltre che uno stile asciutto e raffinato, anche adorno di descrizioni minuziose e digressioni interiori che non è facile rendere al di fuori della carta stampata.
Mettere in scena un testo così dialogico è operazione complessa. Fulvio Calise in questo caso lo riduce con accuratezza ad una pièce di sessanta minuti, restando fedele al testo e all'eleganza sintattica dell'autore, ritagliandone i passaggi più preziosi e rappresentativi, non indugiando sui preamboli e introducendo quasi immediatamente l'incontro fatidico tra i due protagonisti.
Konrad (Stefano Jotti) sapeva che un giorno sarebbe tornato a Vienna, e il generale Henrik (Renato Carpentieri) sapeva che un giorno sarebbe giunto quel momento. Solo questa consapevolezza ha mantenuto in vita entrambi per anni.
Márai nel suo testo riserva parole molto profonde e si dilunga non poco per descrivere il loro legame di un tempo. In questo caso lo si afferra man mano che il colloquio prende forma e che le dinamiche iniziano a dipanarsi.
La scena è ferma, scarna, quasi a sottolineare un mondo ormai spento. Sono i ricordi a farla da padrone, in una stanza in cui non si entra più da quarant'anni. Nel castello dell'aristocratico generale Henrik tutto è rimasto come prima. La pièce ha inizio proprio con l’ingresso perentorio di Henrik in quella stanza. E' tempo di riesumare le tre poltrone, sulle quali i due amici solevano trascorrere le loro giornate insieme, liberandole dai vecchi lenzuoli che le ricoprivano, quei giorni in cui l' amicizia e l'amore sembravano sacri, intaccabili. La scenografia è essenziale: una piccola scrivania in un lato, il caminetto sulla parete e le tre poltrone poste a triangolo, quel triangolo maledetto che ha avvelenato le loro vite.
Sullo sfondo il crollo dell’Impero Austro-Ungarico durante il quale si è consumata la fine di un’intera classe politica, economica e militare. Il testo di Márai osserva quel periodo dalla prospettiva di una forte amicizia, due mondi che si scontrano, l' aristocrazia e l’incalzante classe borghese.
Da una parte Henrik, le eleganti dimore e le battute di caccia, dall'altra Konrad, la modestia di una vita semplice e l'amore per la musica.
Henrik afferma di essersi sempre adattato allo stato di inferiorità sociale dell’amico, offrendogli al contempo la possibilità di condividere con lui le sue disponibilità, ma oltre a queste finisce per condividere, suo malgrado, anche l'amore di una donna ormai scomparsa, la cui presenza non ha mai spesso di imperare su di loro.
L'azione rende il senso di ineluttabilità. Ci troviamo di fronte a un incontro inesorabile tra due sopravvissuti al loro tempo e tenacemente rimasti vivi, resistendo stoicamente in una bolla d’attesa.
Renato Carpentieri è un caposaldo del teatro italiano e anche il cinema tardivamente riconosce la sua grandezza nel 2018 attribuendogli un David di Donatello per l' interpretazione nel film “La tenerezza” di Gianni Amelio.
Il suo generale Henrik parla e si muove con fredda lucidità attraverso la quale striscia una rabbia mai sopita. Il Konrad di Jotti appare un uomo piegato dall'amarezza, contrito e affaticato.
“Le braci” è un teatro di parola in cui la regia di Laura Angiulli, misurata e pertinente, viene ottimizzata dal disegno luci ben configurato di Stefano Accetta che esalta i momenti più salienti.
E' Henrik per lo più a parlare, l'amico lo ascolta e cerca di raccontare le sue verità, ma nulla svela, nemmeno quando il generale giunge a formulare la fatidica domanda che da quarant'anni gli rimbomba nel cuore.
La stanza diventa una gabbia entro la quale si annusano e si scrutano come due leoni, per poi riprendere posto sulle loro vecchie poltrone. Henrik lancia il suo attacco, Konrad incassa ma non cede.
Ora davanti al fuoco simbolico del caminetto, nel quale in un atto estremo Henrik brucia il diario della sua amata, l’animo umano troverà pace solo quando la brace diventerà cenere.
Non ci saranno vincitori né vinti in questa parabola del rancore e dei rimpianti, e la fine porterà solo alla consapevolezza che “la verità” ormai non ha più alcun senso.

Susy Suarez 

 LE BRACI 

di Sándor Márai
Con Renato Carpentieri e Stefano Jotti
Adattamento: Fulvio Calise 
Regia: Laura Angiulli 
Aiuto regia: Serena Sansoni

martedì 21 maggio 2019

SPOGLIA-TOY-Regia di Luciano Melchionna



In scena dal 16 al 26 maggio al teatro Piccolo Eliseo di Roma “Spoglia-Toy” è la nuova opera teatrale firmata da Luciano Melchionna il quale continua, dopo il grande successo di “Dignità autonome di prostituzione”, a offrire al pubblico più che una semplice messa in scena, una vera e propria esperienza unica. Scardinando infatti le convenzioni del rapporto tra spazio scenico e spettatore, la relazione tra l'attore e i suoi uditori, e strappando questi dalle consuete comode poltrone di velluto, accompagna il pubblico in un viaggio assieme agli stessi performers, esplorando così nuove possibilità di interazione con lo spazio teatrale e nuove modalità di percepire un'opera drammaturgica. In questo “Spoglia-Toy” Melchionna reinventa il concetto base di spettacolo itinerante in una chiave totalmente diversa e innovativa. Undici calciatori e un mister, uno spogliatoio prima di una grande e decisiva partita in cui aleggia odore di sudore, di adrenalina. Il pubblico vi viene condotto passando attraverso un buio tunnel sulle cui pareti, come delle installazioni di una galleria d’arte moderna, scorrono grandi ritratti in bianco e nero dei protagonisti. Una musica tecno, incalzante e ansiogena, “sospinge” gli spettatori in questo primo spazio scenico in cui ritroviamo i calciatori, come in ogni spogliatoio che si rispetti, in accappatoio o coperti solo da un asciugamano in vita i quali attendono con fibrillazione di entrare in campo. Ci sediamo lì, intorno a loro, a osservare quel rito collettivo celebrato dal Mister che, come un truce comandante, incita i suoi guerrieri prima di scendere in battaglia esortandoli con un monologo intenso e appassionato. Si rivolge ai suoi pupilli, calciatori talentuosi, tra gli uomini più famosi, ricchi e di successo, divenuti ormai icone nell'immaginario collettivo. Il Mister li sferza con parole talora aggressive, canzonatorie e feroci, parole che si rivelano sottile disamina sul bieco e tracotante macismo che caratterizza determinati ambienti, ma anche sui suoi luoghi comuni e sui quei milioni di assatanati di nulla che riempiono gli stadi e che, idolatrando i giocatori come semidei, trasformano il gioco del calcio nello “sfogo” del calcio.Un numero viene assegnato a caso al botteghino ad ogni spettatore. Sarà il numero del calciatore che sarà chiamato a seguire dopo questa prima introduzione, passando a una dimensione ancor più raccolta in cui il personaggio “calciatore” si umanizza e nell'intimità del suo spogliatoio personale si mette concretamente a nudo offrendoci uno spicchio della sua vita, della sua anima. Undici attori, undici calciatori, undici storie. Perché anche i calciatori hanno la propria storia, la propria sensibilità, nonostante i luoghi comuni li raffigurino perlopiù ignoranti, rozzi, illetterati, esaltati, viziati e strapagati. Molto spesso, infatti, dietro la vanagloria di questi moderni gladiatori, scagliati nell'arena in pasto al pubblico adorante, si celano esperienze di vita molto dure, background culturali e sociali al limite: disagio, fragilità, desiderio di riscatto. Un solo monologo, un solo calciatore per ogni spettatore, il che lascia inevitabilmente col desiderio di infilarci in spogliatoi diversi, con la curiosità di vedere e sentire “spogliarsi” anche gli altri, carpirne le confidenze, ma forse è anche proprio questo senso di casualità la parte interessante dello show. Potrà accadere, come successo a me, di finire nello spogliatoio del giovane “calciatore” Agostino Pannone che racconta di un padre che non ha mai creduto in lui, del suo desiderio di fuga da una vita mediocre, dalle parole sminuenti e scoraggianti di un genitore che ha fatto crescere il figlio nel disamore. E anche adesso che il padre è ormai morente, il ragazzo al di lui capezzale, gli sbatte in faccia la sua vittoria con un sadismo quasi amaro e vendicativo dietro cui vibra un abisso di profondo dolore e delusione. Sicuramente a suo agio dall'uso del proprio dialetto d'origine (in questo caso drammaturgicamente giustificato), il giovane attore napoletano riesce a renderci con generosità tutta l'intimità della sua confessione. La forza del suo sguardo aggancia gli astanti trasfondendo loro tutta l'intensità e la rabbia dolente che scorre dietro ogni sua parola. Esercizio non semplice per un interprete, anche il più scafato, recitare in uno spazio così angusto, letteralmente a pochi centimetri dagli spettatori, tanto da riuscirne a cogliere ogni respiro, ogni minimo movimento, ma conservando la concentrazione senza mai perdere l'attitudine emotiva del personaggio. Tutto è orchestrato affinché gli undici monologhi inizino e finiscano quasi all'unisono così da permettere al pubblico di riunirsi di nuovo insieme sul finale, e condotto ad accomodarsi in platea. Ma il sipario rimane chiuso, i ragazzi si muovono intorno alle fila di poltrone urlando, come a incitarsi vicendevolmente, frasi celebri legate al mondo del calcio. Citazioni di letterati, filosofi, artisti, politici, storici, cantanti, a dimostrazione di come questa forma di frenesia collettiva permei ormai la nostra cultura da generazioni. Ipnotica e affascinante la coreografia, che gli interpreti eseguono distribuiti lungo le scalinate ai lati della platea, dal sapore di una danza tribale. Poi finalmente il sipario si apre e su un piedistallo, che ricorda quello delle sculture sacre, nascosta dietro una mostruosa maschera da vitello, irrompe in scena un essere dalle fattezze femminili. La creatura si presenta come “SS”, ovvero “Società Stessa”. Lei è quel “Vitello d'oro” che nella mitologia sacra fu il “falso” idolo fabbricato da Aronne per soddisfare gli ebrei durante l'assenza di Mosè, quando questi ascese al Monte Sinai. Ma in questo caso rappresenta l’animalesca incarnazione di tutte le contraddizioni dell'animo umano: debolezze, corruzioni, follia e quell’insensato fanatismo che tenta di colmare ogni vacuo abisso interiore. Nel suo lungo monologo, col vigore di un politico da comizio in pubblica arringa, vomita caustica e veloce la sua apologia del nulla, l' esaltazione dei mezzi di comunicazione di massa i quali hanno delineato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Un edonismo neo-laico ciecamente dimentico di ogni valore umanistico. Allo stregua in cui le divinità religiose del passato simboleggiavano le priorità assolute dell’esistenza, oggi i calciatori ne rappresentano infatti le divinità terrene di un culto ormai secolarizzato; i totem sacri e inviolabili per quelle vaste moltitudini di persone ormai espropriate di autentici valori spirituali. Ottima la scelta dei costumi. I calciatori, uno ad uno, indossano la loro divisa da semidei: pantaloncini e maglietta d'oro con una grossa catena al collo. D'effetto anche il vestito in lattice trasparente della dea, che richiama l'involucro di un prodotto confezionato. La drammaturgia è densa di contenuti e uno spettatore attento e riflessivo riuscirà a coglierne tutte le provocatorie sfumature. Nella sua scrittura Melchionna, in questo caso coadiuvato da quella di Giovanni Franci, riesce sempre a dosare un'istanza filosofico-intellettualistica con una vena di pungente ironia, giocando a divertirsi col grottesco e divenendo così fruibile sia a un pubblico meno sensibile, sia a uno più arguto e recettivo che saprà certamente coglierne tutti i sottili simbolismi. Spettacolo itinerante? Performance? Teatro sperimentale? Perché voler a tutti i costi etichettare una rappresentazione drammaturgica così potente che fa divertire, entusiasmare, incuriosire, e che così efficacemente ci scuote nella sua dimensione estetica e formale.
Susy Suarez 


SPOGLIA-TOY 



Testi di Luciano Melchionna e Giovanni Franci
Con
Lorenzo Balducci, Orazio Caputo,
Mauro F. Cardinali, Gennaro Di Colandrea,
Adelaide Di Bitonto, Emanuele Gabrieli,
Sebastiano Gavasso, Pierre Jacquemin, Gianluca Merolli, FabrizioNevola, Roberto Oliveri, Marcello Paesano, Agostino Pannone
Costumi Milla
Scene Chiara Carnevale
Musiche a cura di Riccardo Regoli
Installazioni fotografiche Mario Pellegrino
Assistente alla regia Sara Esposito
Consulenza sportiva Sebastiano Gavasso
Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro







domenica 24 marzo 2019

ZERO - di e con Massimiliano Bruno - Regia di Furio Andreotti



In scena al Piccolo Eliseo dal 22 al 31 marzo “Zero” scritto e interpretato da Massimiliano Bruno. Definirlo semplicemente un monologo teatrale non renderebbe giustizia a questo ottimo pezzo di drammaturgia contemporanea che rispecchia perfettamente quella che è la cifra stilistica del suo autore, fatta di quell'ironia sempre arguta e brillante di chi riesce a essere leggero ma senza grossolanità, profondo ma senza retorica, che bandisce ogni tipo di volgarità, anche lì dove il linguaggio si fa più diretto. Nonostante Bruno sia da solo in scena per novanta minuti, “Zero” si può definire uno spettacolo corale tanta è la forza evocativa con la quale materializza uno ad uno una galleria di personaggi con la sola efficacia della parola e della presenza scenica, giocando con dialetti differenti, cadenze, posture, gestualità.
I protagonisti sono cinque amici d'infanzia, ormai adulti, ma che non hanno mai imparato a convivere col dolore e la rabbia per la tragedia che li accomuna in un'insana voglia di vendetta. Bruno tesse le fila della narrazione che si dipana lentamente in un crescendo che lascia gli spettatori avvinti nella brama di capire quale sia il fil rouge che lega personaggi così differenti tra loro per estrazione, personalità, cultura e provenienza. Bruno passa da un personaggio all'altro con disinvoltura; nei suoi occhi a tratti scintilla l'euforia, naviga il dolore, traspare l'ironia, sfolgora la malvagità, in un perfetto connubio tra padronanza del mestiere, cuore e generosità.
L'allestimento di Alessandro Chiti è raffinato e funzionale. Il palco è diviso in due nella sua lunghezza da un pannello adorno di figure stilizzate che ricordano i tratti della street art, le quali diventano più o meno distinguibili a seconda dei colori e dei giochi di luce. Dietro di esso si intravedono i componenti della band che dal vivo scandiscono i tempi e le atmosfere della narrazione con eleganza e precisione.
Disposte lungo il palco solo cinque sedie con al centro il “trono” dell'onorevole Rizzo, un uomo malvagio, grottesco e volgare, tutt'altro che inverosimile ritratto di molti uomini di potere, intorno al quale il cerchio si chiude.
Sarà la magia immaginifica del teatro a trasformare quelle semplici sedie, prima in una stazione di polizia, poi nell'interno di una macchina, in un'elegante villa o in uno strapiombo sul mare di notte.
“Zero” è un teatro di parola, affidato unicamente alla capacità dell'interprete di sostenere i suoi personaggi fino alla fine e di trasmettere e creare suggestioni, immagini, emozioni.
La regia di Furio Andreotti sembra essere orientata su una buona comunicazione con l'attore in modo da canalizzare al meglio le sue attitudini, insieme a un ottimo lavoro di squadra.
Un Massimiliano Bruno da togliere il fiato per la forza interpretativa, talento e l'indubbio mestiere di chi proviene da una lunga gavetta teatrale iniziata sin da giovanissimo, dimostrando come anche dopo anni di assenza dalle scene (questo è il suo primo spettacolo dopo ben dieci anni lontano dalle tavole del palcoscenico) il fuoco di un bravo attore sia incapace di spegnersi.
Ciò che resta è lo sdegno di fronte alla corruzione e alle dinamiche prevaricatrici di una politica marcia, gretta e senza scrupoli che ben conosciamo e che troppo spesso resta impunita, la cui tracotante arroganza riesce a percepire il prossimo solo come uno “zero”. Importante e significativo l'accenno al caso Cucchi e la condotta violenta e immorale che talvolta vige anche tra le forze dell'ordine. Il pubblico resta in bilico tra risate, atterrimento e la commozione nel vivere la storia di queste differenti umanità, il cui apogeo si manifesta in un abbraccio collettivo nel quale i cinque amici si stringono. Un intreccio d'amore, dolore ed estenuato abbandono, fino ad arrivare a un finale che strizza il cuore e strappa applausi di gratitudine.

ZERO 

Scritto e interpretato da: Massimiliano Bruno
Regia: Furio Andreotti
Chitarra e basso: Massimo Giangrande
Piano rodhes e moog: Andrea Biagioli
Violoncello: Fabrizia Pandimiglio
Batteria e percussioni: Augusto Zanonzini
Fonico audio: Sante Di Clemente
Musiche di: Massimo Giangrande
Scene: Alessandro Chiti 

Costumi: Alberto Moretti
Assistente alla Regia: Susan El Sawi

Produzione: Corte Arcana | Isola trovata





mercoledì 31 ottobre 2018

IL GATTO - regia di Roberto Valerio




“Il Gatto” in scena al teatro Piccolo Eliseo dal 25 ottobre all'11 novembre, è una pièce tratta da uno dei romanzi che il prolifico scrittore Georges Simenon scrisse negli ultimi anni della sua produzione. Simenon, ormai più che sessantenne, volle narrare la storia di due personaggi che come l'autore, sono fotografati sulla soglia della loro vecchiaia. I due, entrambi vedovi, si incontrano e decidono di sposarsi. Si ritrovano così a condividere gli ultimi anni della loro vita solo e unicamente per non restare da soli.
La loro unione di fatto non si realizza mai: non consumano il loro matrimonio, non condividono il passato, i ricordi, l'appartenenza a differenti estrazioni e men che meno quel loro nuovo presente. Presto tutto diventa noia, solitudine, claustrofobica routine, silenzi senza fine.
Un giorno però, questa lotta di nervi quotidiana, fatta di ripicche costanti, sguardi di sottecchi e frecciatine, raggiunge il suo acme con la morte dell'adorato gatto di Émile (Elia Schilton), il quale si convince che ad ucciderlo sia stata la moglie che non aveva mai potuto sopportarlo. Di ciò mai si avrà la certezza, mentre inconfutabile sarà la colpevolezza di Émile rispetto alla morte del pappagallo di Marguerite(Alvia Reale)
Quasi tutta la vicenda si svolge tra le mura di casa, tra polverose abitudini, silenzi, messaggi lapidari scritti su dei bigliettini e pasti consumati alla stessa tavola ma senza alcun tipo di condivisione.
Tale costante tensione psicologica, riesce quasi a farsi sentire nei nervi dello spettatore, il quale si trova a fare i conti con istinti che risiedono in tutti noi, persino in due insospettabili vecchietti, che finiscono come due ragazzini, a infliggersi futili bassezze.
Ottimo il lavoro di adattamento del testo di Flavio Bussotti.
I due protagonisti si fanno narratori di loro stessi, uscendo continuamente dall'azione, parlano di sé in terza persona, per poi ripiombare nella verità del presente scenico. La storia non si dipana in maniera piatta e lineare, ma a dare dinamicità ad un testo che batte sul senso di ossessione, chiusura e ostile rigidità, sono i numerosi flashback. Tutta la vicenda infatti, parte dal climax, cioè la morte dell'adorato gatto di Émile, per poi tornare indietro ai tempi non sospetti del loro primo incontro, dai toni quasi teneri, tra emozioni e leggeri imbarazzi, e rientrare a vedersi consumare l'inesorabile tracollo della loro vita coniugale.
Incalzanti musiche, dai toni ansiogeni negli opportuni snodi, concorrono ad accompagnare ancor più efficacemente lo spettatore nel delirio psicopatologico di questo quadretto familiare.
Le scelte registiche sono armoniose e funzionali, assecondate da due attori di indubbio mestiere, senza dimenticare l'incursione di una “terza incomoda”, la signora Martin (Silvia Maino) la quale inizia a rompere il patologico equilibrio della loro solitudine venendo a far visita a Marguerite per pregare e spettegolare con lei. Alvia Reale è chiamata a incarnare donne molto diverse tra loro, ed è notevole la disinvoltura con la quale passa dal fare lascivo e sfrontato della cameriera di facili costumi con cui l'anziano marito si intrattiene saltuariamente in un bar notturno, e la spensierata leggerezza della defunta ex moglie di Émile.
Il pubblico resta in bilico tra il riso e l'atterrimento, di fronte a dinamiche che possono apparire surreali e tragicomiche, ma che insinuano il sospetto misto a consapevolezza che simili degenerazioni dei rapporti umani possano essere realtà, quando a un punto della vita la ragione si sfalda e ci si sente persi e senza più una vera identità.
Susy Suarez 




Il gatto
Dall’omonimo romanzo di Georges Simenon
Adattamento Fabio Bussotti
Con
Alvia Reale Marguerite
Elia Schilton Émile
e Silvia Maino Signora Martin
Scene Francesco Ghisu
Costumi Francesca Novati
Luci Carlo Pediani
Suono Alessandro Saviozzi
Regia Roberto Valerio
Produzione COMPAGNIA UMBERTO ORSINI

giovedì 17 maggio 2018

PRIMA DI ANDAR VIA - Regia di Francesco Frangipane


In scena dal 9 al 27 maggio al teatro Piccolo Eliseo, torna in scena “Prima di andar via”, opera scritta da Filippo Gili per la regia di Francesco Frangipane, uno dei testi che insieme a “L'ora accanto” e “Dall'alto di una fredda torre”, compongono una fortunata e intensa trilogia drammaturgica che indaga in modi diversi temi legati al rapporto tra amore e morte, dinamiche familiari distorte, il libero arbitrio, la struttura della tragedia classica che incontra il contemporaneo.
Una madre, un padre, due sorelle e un fratello riuniti intorno a un tavolo, una cena come tante, una famiglia ordinaria che chiacchiera di cose ordinarie, gli esami universitari, i nipotini, le vacanze. Scherzano, ridono, battibeccano, le voci si accavallano affrescandoci uno spaccato di quotidianità. Solo il figlio più grande Francesco, resta a lungo silente, ma quando aprirà bocca, lancerà una bomba che scuoterà le fondamenta di tutta la famiglia. “Io domani non sarà più vivo” il suo agghiacciante annuncio.
Ha un fascino sinistro il modo in cui intorno all'intimità domestica della tavola da pranzo, pian piano assistiamo al cedimento psichico di tutti i personaggi e osserviamo affiorare conflitti, rimpianti, pudori, ostinazioni.
La pièce ci lascia spiare il quotidiano, con i suoi tempi, le pause, i lunghi respiri, i silenzi densi che non tolgono ritmo, anzi, accelerano i battiti, e raffinano l'ascolto. Francesco si sente un morto che cammina, svuotato dalla recente perdita della moglie, annuncia la sua decisone, ponderata, razionale, incontrastabile, presentando la morte come qualcosa di salvifico, unico strumento di libertà.
Ma più che il dramma dell'uomo, assistiamo al dramma della famiglia.
Dove finisce l'amore e dove inizia l'egoismo,l'attaccamento, la morbosità, la paura dell'instabilità, il castello di certezze e abitudini che la presenza di un congiunto costruisce nella nostra vita?
La scenografia è essenziale, fredda, severa, un tavolo, delle sedie, alcuni suppellettili che ai lati della scena suggeriscono la presenza degli altri ambienti domestici separati da mura invisibili. I personaggi non escono mai di scena, restano immobili ai lati del palco come statue di cera, annichiliti, per poi tornare a combattere come alternandosi al centro di un ring immaginario che non vedrà né vincitori né vinti.
Ciò che emerge è un generale senso di impotenza, il cui apogeo si manifesta in un abbraccio collettivo, un intreccio di disperazione, il vano tentativo di aggrapparsi alla vita di Francesco, alla loro vita, non farlo andare via, tenerlo a sé a tutti i costi. Sono tante le domande che la pièce solleva nelle coscienze degli spettatori.
Chi è il vero egoista? L'uomo che sceglie di utilizzare il suo libero arbitrio e decidere per la sua vita, a dispetto del dolore che sa di causare ai suoi congiunti, o quello dei suoi cari che vorrebbero ignorare quell'urlo d'angoscia e tenerlo accanto a loro anche così, uno zombie assuefatto al dolore? È normale che un uomo resti prostrato a tal punto per la perdita di una persona cara o ciò è sintomo di debolezza d'animo, scarsa presenza a se stesso? Magnifico Giorgio Colangeli nel ruolo di un padre ora burbero, ora tenero, che tenta di far valere la sua autorità nell'affanno di un cuore spezzato. Michela Martini è una madre piccola e fragile, Barbara Ronchi è la sorella più ostinata e combattiva, Aurora Perez è la più giovane, colei che sembra detenere un'ingenua saggezza, l'unica che in qualche modo riesce a empatizzare col dolere del fratello e rassegnarsi ad esso. Con il suo grido “E' finita!” tenta di placare la pertinacia e l'accanimento del resto della famiglia.
Non sembra facile trovare una verità nel dipingere una simile tragedia che può apparire inverosimile su molti punti di vista, ma Frangipane vi riesce, grazie alla recitazione asciutta di ottimi interpreti, una regia al servizio di un testo che se pur spietato, è priva di eccessive e inutili enfasi e lascia la platea sospesa tra lunghi silenzi e attese vibranti di parole.
Susy Suarez



Prima di andar via
di Filippo Gili
con Giorgio Colangeli, Filippo Gili, Michela Martini,
Aurora Peres, Barbara Ronchi
scenografia Francesco Ghisu
costumi Cristian Spadoni
luci Beppe Filipponio
musiche originali Roberto Angelini
regia Francesco Frangipane
Produzione ARGOT PRODUZIONI
Durata spettacolo: 75 minuti – atto unico




lunedì 16 gennaio 2017

ANIMALI DA BAR - regia di Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti

La compagnia Carrozzeria Orfeo torna a Roma al teatro Piccolo Eliseo con “Animali da bar”dall'11 al 22 gennaio. Le aspettative di coloro che hanno potuto apprezzare l'anno scorso il loro fortunato “Thanks for Vaselina”, non saranno disattese. La cifra stilistica è inconfondibile, una raffica di allegro cinismo, ironie amare, lapidarie affermazioni politicamente scorrette e l'uso selvaggio di un linguaggio colorito ma che riesce ad essere mai volgare in un contesto in cui c'è poco da avere peli sulla lingua. Ancora una volta in scena ci vengono presentati personaggi borderline, poveri diavoli alle prese con la fatica del vivere, il disagio della condizione umana, che argutamente estremizzato, diventa universale e credibile in ogni suo aspetto.
E qual è da tempo immemore per antonomasia il ritrovo delle logore anime in pena? Un sordido bar di periferia. Nella scenografia prevalgono i toni cupi, al centro il malconcio bancone di un bar a ferro di cavallo, ai lati un tavolino con due sedie, e un orinatoio. La baracca viene gestita da Mirka (Beatrice Schiros),una donna ucraina incinta la quale affitta il proprio utero in cambio di denaro. I suoi clienti abituali sono Swarovski (Paolo Li Volsi), uno scrittore caustico e disilluso affetto da nichilismo cosmico, Milo (Gabriele Di Luca), imprenditore rampante dallo spiccato accento padano, un sognatore che spera di far fortuna con la sua agenzia di pompe funebri per animali domestici, Sciacallo (Pier Luigi Pasino),un ragazzone reso storpio a una gamba da un incidente adolescenziale, il quale soffre di bipolarismo originato dal bullismo e l'emarginazione subiti a scuola, e Colpo di frusta (Massimiliano Setti) il padre del bambino che Mirka porta in grembo, buddista melariano, succube della violenza domestica della moglie. Non ultimo per peculiarità caratteriali, il personaggio che mai vedremo in scena, ma che si palesa solo vocalmente dalle casse di un interfono con il quale è collegato al bar dal suo appartamento ubicato al piano di sopra. E' lui il padrone della baracca, “il vecchio” emblema dell'anziano incattivito e livoroso, al quale presta la sua voce Alessandro Haber. Ed ecco che Carrozzeria Orfeo ci offre l'ennesimo gioiellino di drammaturgia contemporanea, personaggi articolati, esemplari di realtà al limite, paradossali e ridicoli ma allo stesso tempo fortemente connessi con la realtà che ci circonda.
E' questo che rende le loro storie penetranti e che ci porta a ridere del razzismo, della solitudine, dell'intolleranza, dei luoghi comuni, della paura della morte e quella della vita.
Nello squallore, sprazzi di umanità, di solidarietà tra esemplari di uno zoo grigio e desolato, e alla fine, anche nello spettatore, è la compassione quella che prevarrà, non il disprezzo.
Tutti gli interpreti padroneggiano il loro personaggio con sicurezza, senza sbavature. Nei dialoghi serratissimi si intrecciano mille mondi, si attraversano innumerevoli tematiche, e tutto resta in equilibrio grazie al dinamismo di una regia che trascina come la coreografia di una vivace canzone pop. Il bar si chiude con un colpo di scena drammaturgico molto ben assestato. Sono pochi ormai coloro che riescono a offrire spettacoli così “vivi”, che muovono un' onda dentro, alla fine dei quali applaudo di gratitudine.
Susy Suarez


Animali da bar
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca

PREMIO HYSTRIO TWISTER 2016

Con
Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti
Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi

Voce fuori campo Alessandro Haber

Musiche originali Massimiliano Setti
Progettazione scene Maria Spazzi
Costumi Erika Carretta
Luci Giovanni Berti

Regia Alessandro Tedeschi, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti


giovedì 30 gennaio 2014

EDUCAZIONE SIBERIANA - Regia Giuseppe Miale di Mauro

In scena dal 28 gennaio al 16 febbraio al teatro Piccolo Eliseo di Roma, “Educazione Siberiana”, adattamento teatrale dell'ormai noto romanzo di Nicolai Lilin, divenuto un vero caso editoriale, recentemente fattosi film per la regia di Salvatores ed un meraviglioso John Malkovich come protagonista.
Dopo il grande successo di entrambi, un adattamento teatrale appare un'operazione coraggiosa e interessante.
Ci troviamo in un piccolo paesino della Moldavia orientale, tra il 1985 e il 1995. Un arco temporale denso di grandi trasformazioni economiche e sociali. La caduta del muro di Berlino e la conseguente sparizione dell’Unione Sovietica costituiscono un fil rouge temporale e politico che collega la vicenda dei giovani protagonisti, ad una storia di cambiamenti universali.
Nel quartiere di Fiume Basso si vive seguendo la tradizione siberiana, e i ragazzi si fanno le ossa scontrandosi con gli sbirri o i minorenni delle altre bande. Una terra di tutti e di nessuno, crocevia di traffici internazionali e di storie d'uomini.
Attraverso le vicende dei giovani protagonisti, entriamo in contatto con un mondo parallelo, basato su regole e gerarchie nuove e sovversive rispetto a quelle tipiche della società civile. Una controcultura nettamente separata dalla collettività che la accoglie e che, esattamente come la mafia italiana, segue delle regole proprie tramandate attraverso le generazioni. I ragazzi sin da bambini imparano le leggi della comunità osservando i grandi, ascoltando le storie che vengono raccontate loro da chi ritorna dal carcere. Ogni frase pronunciata, ogni gesto, ogni tratto dei disegni che i siberiani portano tatuati sul corpo, ha un significato preciso nella simbologia criminale. Segni che solo chi appartiene alla famiglia sa interpretare, regole sacre che vengono infrante solo a costo della vita.
Per questo adattamento teatrale è stato fatto un ottimo lavoro sul testo, che di certo non deve essere stato semplice, ma che condensa con efficacia l' essenza della storia.
Molto bello e suggestivo il gioco di luci ed ombre che accompagna tutta la pièce, di grande forza evocativa, fondamentale nel convogliare e valorizzare l'impatto emozionale delle scene.
Interessanti ed originali le soluzioni registiche adottate, soprattutto nell'inscenare momenti di forte crudezza e violenza in maniera funzionale e realistica, le quali rivelano un eccellente lavoro sul movimento scenico.
Purtroppo però dietro la buona regia tecnica, sembra non esserci stato un altrettanto accurato lavoro sull'attore e sui personaggi. La poca fluidità di alcuni di essi nel gesto e della parola, ingessa l'azione che dovrebbe riverberare cruda verità, ma che ingenui cliché attoriali rendono a tratti poco credibile e debole, su tutti l'improbabile cadenza napoletana di alcuni di essi, che scolla totalmente lo spettatore, il quale fa molta difficoltà a calarsi nella realtà della siberia Post Sovietica, se pur la storia potrebbe essere facilmente definita una sorta di “Gomorra slavo-orientale”.
Uno spettacolo ad ogni modo stimolante, dalle grandi potenzialità, capace di far riflettere sulla caducità delle strutture sociali, sulla molteplicità delle gerarchie, sul concetto di giustizia sociale.
Susy Suarez

Educazione Siberiana

di Nicolai Lilin e Giuseppe Miale di Mauro
da un’idea di Francesco Di Leva e Adriano Pantaleo
con Luigi Diberti e con (in ordine alfabetico) Elsa Bossi, Pippo Cangiano, Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Stefano Meglio, Adriano Pantaleo, Andrea Vellotti
regia Giuseppe Miale di Mauro
scene Carmine Guarino
luci Luigi Biondi
musiche Francesco Forni
costumi Giovanna Napolitano
cura del movimento Roberto Aldorasi
Fondazione del Teatro Stabile di Torino / Teatro Metastasio Stabile della Torscana/ Emilia Romagna Teatro Fondazione Lo spettacolo è tratto da Educazione siberiana di Nicolai Lilin.

Queste le prossime date dalle spettacolo: 
Dal 18 al 23 febbraio 2014 a Modena, Teatro delle Passioni
Dal 25 febbraio - 2 marzo 2014 a Milano, Teatro Elfo Puccini
Dal 4 al 9 marzo 2014 a Napoli, Teatro Bellini
Dall'11 al 12 marzo 2014 a Casalecchio di Reno, Teatro Testoni
Dal 14 al 15 marzo 2014 a Venaria, Teatro Concordia
Dal 17 al 18 marzo 2014 a Casale Monferrato, Teatro Municipale