martedì 21 maggio 2019

SPOGLIA-TOY-Regia di Luciano Melchionna



In scena dal 16 al 26 maggio al teatro Piccolo Eliseo di Roma “Spoglia-Toy” è la nuova opera teatrale firmata da Luciano Melchionna il quale continua, dopo il grande successo di “Dignità autonome di prostituzione”, a offrire al pubblico più che una semplice messa in scena, una vera e propria esperienza unica. Scardinando infatti le convenzioni del rapporto tra spazio scenico e spettatore, la relazione tra l'attore e i suoi uditori, e strappando questi dalle consuete comode poltrone di velluto, accompagna il pubblico in un viaggio assieme agli stessi performers, esplorando così nuove possibilità di interazione con lo spazio teatrale e nuove modalità di percepire un'opera drammaturgica. In questo “Spoglia-Toy” Melchionna reinventa il concetto base di spettacolo itinerante in una chiave totalmente diversa e innovativa. Undici calciatori e un mister, uno spogliatoio prima di una grande e decisiva partita in cui aleggia odore di sudore, di adrenalina. Il pubblico vi viene condotto passando attraverso un buio tunnel sulle cui pareti, come delle installazioni di una galleria d’arte moderna, scorrono grandi ritratti in bianco e nero dei protagonisti. Una musica tecno, incalzante e ansiogena, “sospinge” gli spettatori in questo primo spazio scenico in cui ritroviamo i calciatori, come in ogni spogliatoio che si rispetti, in accappatoio o coperti solo da un asciugamano in vita i quali attendono con fibrillazione di entrare in campo. Ci sediamo lì, intorno a loro, a osservare quel rito collettivo celebrato dal Mister che, come un truce comandante, incita i suoi guerrieri prima di scendere in battaglia esortandoli con un monologo intenso e appassionato. Si rivolge ai suoi pupilli, calciatori talentuosi, tra gli uomini più famosi, ricchi e di successo, divenuti ormai icone nell'immaginario collettivo. Il Mister li sferza con parole talora aggressive, canzonatorie e feroci, parole che si rivelano sottile disamina sul bieco e tracotante macismo che caratterizza determinati ambienti, ma anche sui suoi luoghi comuni e sui quei milioni di assatanati di nulla che riempiono gli stadi e che, idolatrando i giocatori come semidei, trasformano il gioco del calcio nello “sfogo” del calcio.Un numero viene assegnato a caso al botteghino ad ogni spettatore. Sarà il numero del calciatore che sarà chiamato a seguire dopo questa prima introduzione, passando a una dimensione ancor più raccolta in cui il personaggio “calciatore” si umanizza e nell'intimità del suo spogliatoio personale si mette concretamente a nudo offrendoci uno spicchio della sua vita, della sua anima. Undici attori, undici calciatori, undici storie. Perché anche i calciatori hanno la propria storia, la propria sensibilità, nonostante i luoghi comuni li raffigurino perlopiù ignoranti, rozzi, illetterati, esaltati, viziati e strapagati. Molto spesso, infatti, dietro la vanagloria di questi moderni gladiatori, scagliati nell'arena in pasto al pubblico adorante, si celano esperienze di vita molto dure, background culturali e sociali al limite: disagio, fragilità, desiderio di riscatto. Un solo monologo, un solo calciatore per ogni spettatore, il che lascia inevitabilmente col desiderio di infilarci in spogliatoi diversi, con la curiosità di vedere e sentire “spogliarsi” anche gli altri, carpirne le confidenze, ma forse è anche proprio questo senso di casualità la parte interessante dello show. Potrà accadere, come successo a me, di finire nello spogliatoio del giovane “calciatore” Agostino Pannone che racconta di un padre che non ha mai creduto in lui, del suo desiderio di fuga da una vita mediocre, dalle parole sminuenti e scoraggianti di un genitore che ha fatto crescere il figlio nel disamore. E anche adesso che il padre è ormai morente, il ragazzo al di lui capezzale, gli sbatte in faccia la sua vittoria con un sadismo quasi amaro e vendicativo dietro cui vibra un abisso di profondo dolore e delusione. Sicuramente a suo agio dall'uso del proprio dialetto d'origine (in questo caso drammaturgicamente giustificato), il giovane attore napoletano riesce a renderci con generosità tutta l'intimità della sua confessione. La forza del suo sguardo aggancia gli astanti trasfondendo loro tutta l'intensità e la rabbia dolente che scorre dietro ogni sua parola. Esercizio non semplice per un interprete, anche il più scafato, recitare in uno spazio così angusto, letteralmente a pochi centimetri dagli spettatori, tanto da riuscirne a cogliere ogni respiro, ogni minimo movimento, ma conservando la concentrazione senza mai perdere l'attitudine emotiva del personaggio. Tutto è orchestrato affinché gli undici monologhi inizino e finiscano quasi all'unisono così da permettere al pubblico di riunirsi di nuovo insieme sul finale, e condotto ad accomodarsi in platea. Ma il sipario rimane chiuso, i ragazzi si muovono intorno alle fila di poltrone urlando, come a incitarsi vicendevolmente, frasi celebri legate al mondo del calcio. Citazioni di letterati, filosofi, artisti, politici, storici, cantanti, a dimostrazione di come questa forma di frenesia collettiva permei ormai la nostra cultura da generazioni. Ipnotica e affascinante la coreografia, che gli interpreti eseguono distribuiti lungo le scalinate ai lati della platea, dal sapore di una danza tribale. Poi finalmente il sipario si apre e su un piedistallo, che ricorda quello delle sculture sacre, nascosta dietro una mostruosa maschera da vitello, irrompe in scena un essere dalle fattezze femminili. La creatura si presenta come “SS”, ovvero “Società Stessa”. Lei è quel “Vitello d'oro” che nella mitologia sacra fu il “falso” idolo fabbricato da Aronne per soddisfare gli ebrei durante l'assenza di Mosè, quando questi ascese al Monte Sinai. Ma in questo caso rappresenta l’animalesca incarnazione di tutte le contraddizioni dell'animo umano: debolezze, corruzioni, follia e quell’insensato fanatismo che tenta di colmare ogni vacuo abisso interiore. Nel suo lungo monologo, col vigore di un politico da comizio in pubblica arringa, vomita caustica e veloce la sua apologia del nulla, l' esaltazione dei mezzi di comunicazione di massa i quali hanno delineato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Un edonismo neo-laico ciecamente dimentico di ogni valore umanistico. Allo stregua in cui le divinità religiose del passato simboleggiavano le priorità assolute dell’esistenza, oggi i calciatori ne rappresentano infatti le divinità terrene di un culto ormai secolarizzato; i totem sacri e inviolabili per quelle vaste moltitudini di persone ormai espropriate di autentici valori spirituali. Ottima la scelta dei costumi. I calciatori, uno ad uno, indossano la loro divisa da semidei: pantaloncini e maglietta d'oro con una grossa catena al collo. D'effetto anche il vestito in lattice trasparente della dea, che richiama l'involucro di un prodotto confezionato. La drammaturgia è densa di contenuti e uno spettatore attento e riflessivo riuscirà a coglierne tutte le provocatorie sfumature. Nella sua scrittura Melchionna, in questo caso coadiuvato da quella di Giovanni Franci, riesce sempre a dosare un'istanza filosofico-intellettualistica con una vena di pungente ironia, giocando a divertirsi col grottesco e divenendo così fruibile sia a un pubblico meno sensibile, sia a uno più arguto e recettivo che saprà certamente coglierne tutti i sottili simbolismi. Spettacolo itinerante? Performance? Teatro sperimentale? Perché voler a tutti i costi etichettare una rappresentazione drammaturgica così potente che fa divertire, entusiasmare, incuriosire, e che così efficacemente ci scuote nella sua dimensione estetica e formale.
Susy Suarez 


SPOGLIA-TOY 



Testi di Luciano Melchionna e Giovanni Franci
Con
Lorenzo Balducci, Orazio Caputo,
Mauro F. Cardinali, Gennaro Di Colandrea,
Adelaide Di Bitonto, Emanuele Gabrieli,
Sebastiano Gavasso, Pierre Jacquemin, Gianluca Merolli, FabrizioNevola, Roberto Oliveri, Marcello Paesano, Agostino Pannone
Costumi Milla
Scene Chiara Carnevale
Musiche a cura di Riccardo Regoli
Installazioni fotografiche Mario Pellegrino
Assistente alla regia Sara Esposito
Consulenza sportiva Sebastiano Gavasso
Produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro







lunedì 15 aprile 2019

OVVI DESTINI - Regia di Filippo Gili


In scena al Teatro Brancaccino dall'11 al 21 aprile, “Ovvi destini” la nuova opera drammaturgica firmata da Filippo Gili che ancora una volta, fedele alla sua cifra stilistica, ci introduce a un'intimità familiare su cui pesa qualcosa di profondamente tragico e amaramente ancestrale. Chiamare quelle di Gili semplicemente “tragedie familiari” sarebbe superficiale e riduttivo. I suoi lavori aprono uno squarcio sull'incoerenza e la feroce ironia della condizione umana, sulla parte oscura che alberga in ognuno di noi e che può venir fuori anche e soprattutto quando vengono chiamati in causa legami carnali come quelli familiari. Nel caso di “Ovvi Destini” le protagoniste sono tre sorelle. La minore (Daniela Marra) paraplegica è costretta su una sedia a rotelle, un'altra appare più consapevole e protettiva (Anna Ferzetti), e la terza (Vanessa Scalera)affetta dalla malattia del gioco d'azzardo è, tragedia nella tragedia, erosa da un senso di colpa, un segreto nascosto che la comparsa di un uomo misterioso (Pier Giorgio Bellocchio) riporterà alla luce. Chi è realmente costui che si palesa come un sinistro “genio della lampada”? Una creatura del male, un untuoso ricattatore come può apparire all'inizio, o in fin dei conti una voce della coscienza giunta ad offrire un'irripetibile possibilità di redenzione? Molteplici le interpretazioni per questa pièce che gioca su diversi livelli psicologici e metaforici. L'allestimento è semplice e funzionale: una libreria, un divano e altri pochi elementi scenici. L'azione si svolge tutta in un unico interno al centro del quale, elemento ricorrente nelle opere di Gili, la tavola da pranzo simbolo dell'intimità domestica intorno cui ci si incontra e scontra senza esclusione di colpi. Sia nella scrittura che nel registro interpretativo è tutto misurato in modo che anche i fattori più inverosimili riescono a non apparirci poi così tali. Due sorelle chiamate dalla disperazione a credere nell'incredibile, avvinte così nel gioco sadico di scelte impossibili. Ancora una volta Gili gioca a rimestare là dove pochi osano, nel fascino sinistro del senso del tragico portato al suo parossismo. La morte, la sofferenza, gli istinti primordiali e quell'ego che, travalicando la nostra coscienza, ci porta a compiere scelte apparentemente atroci al cospetto della ragione e del cuore.
E' soprattutto grazie all'interpretazione asciutta e di ottimo livello di tutti e quattro gli interpreti che lo spettatore assimila e rivive con le protagoniste quel travaglio di scelte difficili anche solo da concepire, e a ragionare su quelli che sono i propri impulsi, i propri lati oscuri, le proprie torbidezze e piccoli grandi egoismi. Un'intensa prova teatrale che ci racconta come l'inconscio può rivelarsi un feroce dittatore e che il destino, in fondo, non è sempre poi così ovvio.
Susy Suarez 


OVVI DESTINI

con
Pier Giorgio Bellocchio, Anna Ferzetti, Daniela Marra, Vanessa Scalera

FOTO Luana Belli GRAFICA Elena Ciciani
VIDEO David Melani
UFFICIO STAMPA Rocchina Ceglia
DISTRIBUZIONE Stefano Pironti
ORGANIZZAZIONE Giancarlo Nicoletti - Cinzia Storari
SCENE E COSTUMI Alessandra De Angelis – Giulio Villaggio
DISEGNO LUCI Giuseppe Filipponio
MUSICHE Paolo Vivaldi
AIUTO REGIA Flavia Rossi

con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Regia di Filippo Gili
Produzione di Altra Scena & Argot Produzioni










domenica 24 marzo 2019

ZERO - di e con Massimiliano Bruno - Regia di Furio Andreotti



In scena al Piccolo Eliseo dal 22 al 31 marzo “Zero” scritto e interpretato da Massimiliano Bruno. Definirlo semplicemente un monologo teatrale non renderebbe giustizia a questo ottimo pezzo di drammaturgia contemporanea che rispecchia perfettamente quella che è la cifra stilistica del suo autore, fatta di quell'ironia sempre arguta e brillante di chi riesce a essere leggero ma senza grossolanità, profondo ma senza retorica, che bandisce ogni tipo di volgarità, anche lì dove il linguaggio si fa più diretto. Nonostante Bruno sia da solo in scena per novanta minuti, “Zero” si può definire uno spettacolo corale tanta è la forza evocativa con la quale materializza uno ad uno una galleria di personaggi con la sola efficacia della parola e della presenza scenica, giocando con dialetti differenti, cadenze, posture, gestualità.
I protagonisti sono cinque amici d'infanzia, ormai adulti, ma che non hanno mai imparato a convivere col dolore e la rabbia per la tragedia che li accomuna in un'insana voglia di vendetta. Bruno tesse le fila della narrazione che si dipana lentamente in un crescendo che lascia gli spettatori avvinti nella brama di capire quale sia il fil rouge che lega personaggi così differenti tra loro per estrazione, personalità, cultura e provenienza. Bruno passa da un personaggio all'altro con disinvoltura; nei suoi occhi a tratti scintilla l'euforia, naviga il dolore, traspare l'ironia, sfolgora la malvagità, in un perfetto connubio tra padronanza del mestiere, cuore e generosità.
L'allestimento di Alessandro Chiti è raffinato e funzionale. Il palco è diviso in due nella sua lunghezza da un pannello adorno di figure stilizzate che ricordano i tratti della street art, le quali diventano più o meno distinguibili a seconda dei colori e dei giochi di luce. Dietro di esso si intravedono i componenti della band che dal vivo scandiscono i tempi e le atmosfere della narrazione con eleganza e precisione.
Disposte lungo il palco solo cinque sedie con al centro il “trono” dell'onorevole Rizzo, un uomo malvagio, grottesco e volgare, tutt'altro che inverosimile ritratto di molti uomini di potere, intorno al quale il cerchio si chiude.
Sarà la magia immaginifica del teatro a trasformare quelle semplici sedie, prima in una stazione di polizia, poi nell'interno di una macchina, in un'elegante villa o in uno strapiombo sul mare di notte.
“Zero” è un teatro di parola, affidato unicamente alla capacità dell'interprete di sostenere i suoi personaggi fino alla fine e di trasmettere e creare suggestioni, immagini, emozioni.
La regia di Furio Andreotti sembra essere orientata su una buona comunicazione con l'attore in modo da canalizzare al meglio le sue attitudini, insieme a un ottimo lavoro di squadra.
Un Massimiliano Bruno da togliere il fiato per la forza interpretativa, talento e l'indubbio mestiere di chi proviene da una lunga gavetta teatrale iniziata sin da giovanissimo, dimostrando come anche dopo anni di assenza dalle scene (questo è il suo primo spettacolo dopo ben dieci anni lontano dalle tavole del palcoscenico) il fuoco di un bravo attore sia incapace di spegnersi.
Ciò che resta è lo sdegno di fronte alla corruzione e alle dinamiche prevaricatrici di una politica marcia, gretta e senza scrupoli che ben conosciamo e che troppo spesso resta impunita, la cui tracotante arroganza riesce a percepire il prossimo solo come uno “zero”. Importante e significativo l'accenno al caso Cucchi e la condotta violenta e immorale che talvolta vige anche tra le forze dell'ordine. Il pubblico resta in bilico tra risate, atterrimento e la commozione nel vivere la storia di queste differenti umanità, il cui apogeo si manifesta in un abbraccio collettivo nel quale i cinque amici si stringono. Un intreccio d'amore, dolore ed estenuato abbandono, fino ad arrivare a un finale che strizza il cuore e strappa applausi di gratitudine.

ZERO 

Scritto e interpretato da: Massimiliano Bruno
Regia: Furio Andreotti
Chitarra e basso: Massimo Giangrande
Piano rodhes e moog: Andrea Biagioli
Violoncello: Fabrizia Pandimiglio
Batteria e percussioni: Augusto Zanonzini
Fonico audio: Sante Di Clemente
Musiche di: Massimo Giangrande
Scene: Alessandro Chiti 

Costumi: Alberto Moretti
Assistente alla Regia: Susan El Sawi

Produzione: Corte Arcana | Isola trovata





sabato 16 febbraio 2019

WINSTON VS CHURCHILL - Regia di Paola Rota



Winston vs Churchill in scena al teatro Ambra Jovinelli dal 13 al 25 febbraio apre uno spiraglio dal quale sbirciare il grande statista nel privato della solitudine domestica. Nato da una famiglia dell’aristocrazia inglese fu soldato, giornalista, scrittore, parlamentare e leader di partito. Icona del suo tempo, appare come un gigante che regge il peso di chi ha fatto la storia e dell'eredità di scelte che hanno cambiato vite, ma al contempo, anche semplicemente un uomo con i suoi rimpianti, capricci e orgogli. Il Churchill di Battiston è un Churchill un po' sgangherato e mal ridotto: impreca, sbraita, ruggisce e si dimena sulla scena come un leone in gabbia, a tratti malinconico e rassegnato, amaramente ironico, sferzante e sarcastico.
Proverbiale era il suo amore per i sigari, per il whisky e il gioco d'azzardo, passioni sulle quali si divertiva a fare apertamente ironia. Restano indimenticabili molti dei suoi taglienti motti di spirito, tra i quali: «Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre».
Giuseppe Battiston con la sua presenza scenica e potenza attoriale, riporta in vita un uomo anziano ma ancora tenace, irruento e sanguigno, che nonostante sia ormai sul viale del tramonto si mostra ancora come un vulcano di vita, desideri e rimpianti.
Solo e ammalato, l'unica compagnia è quella della giovane infermiera (Maria Roveran) che lo accudisce, la quale, nonostante all'apparenza timida e computa, saprà tenergli testa. L'umanità del politico affiorerà sempre di più grazie anche al confronto con questa donna, che con polso e decisone smuoverà le tempestose acque della sua coscienza scalfendone la corazza.
Ormai l'unica preoccupazione è andarsene con stile. L'uomo esorcizza lo spauracchio della morte giocando a ricordare le citazioni sulle ultime frasi famose pronunciate dai grandi della storia prima di morire.
Pochi e funzionali elementi scenici che rievocano l'arredo di una elegante casa anni '50: una poltrona di pelle racchiusa in un cerchio di luci, come a delimitare il campo di battaglia, un ring entro il quale Winston si raffronta e scontra con Churchill. A terra una radio dalla quale riecheggiano stralci dei suoi discorsi politici, molti dei quali passati alla storia, e un mappamondo che al suo interno nasconde bottiglie del suo vizio più amato. Le musiche degli Iron Maden irrompono metalliche evocando il fragore del campo di battaglia.
Winston vs Churchill è un atto unico che solleva riflessioni sul senso della politica e sulle responsabilità di uomo politico verso il popolo, una retrospettiva della figura pubblica forse più controversa del ‘900 ad opera di Carlo Gabardini, autore teatrale, conduttore radiofonico e attore comico il quale ha scritto pensando proprio a Battiston come all’interprete ideale in grado di restituirci la figura complessa, contraddittoria e imprevedibile del primo ministro inglese. Diretto da Paola Rota con l'apporto dell'ottimo disegno luci di Andrea Violato, Battiston ci regala una grande prova attoriale e si dimostra sempre convincente al teatro come al cinema.
Churchill contro se stesso, leggero e intenso, malinconico e orgoglioso. Gabardini con questo testo prova a dare di Churchill un ritratto privato inconsueto e a renderlo una figura romantica, in perenne conflitto con il proprio ruolo e con il concetto di potere. Il testo indaga il suo carattere spigoloso, l’amorevole rapporto con la moglie Clementine, la singolare passione per i gatti, ed è ricco di aneddoti che ricordano anche i dolori familiari di cui è stata costellata la sua esistenza indugiando anche sugli incubi che tornano a tormentare l’uomo responsabile della morte di centoquarantatremila uomini nella campagna di Gallipoli. Battiston affabula la platea per più di un' ora e ci dona un Churchill con un’ombra di inquietudine e una vena di incertezza quasi inedite, come a voler aggiungere qualcosa di nuovo all’immagine dell’uomo scorbutico ma bonario e del politico risoluto e testardo che tutti abbiamo in mente quando pensiamo al Primo ministro inglese.
Un Churchill così non l’avevamo mai visto né immaginato.
Susy Suarez 


Winston vs Churchill 

di Carlo G. Gabardini
con Giuseppe Battiston
e con Maria Roveran
regia di Paola Rota
lucia Andrea Violato
scene Nicolas Bovey
costumi Ursula Patzak
suono e musica Angelo Longo
una produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo


sabato 9 febbraio 2019

VIKTOR UND VIKTORIA - Regia di Emanuela Gamba


Il titolo “Victor Victoria” farà sicuramente subito venire in mente il celebre e indimenticabile film americano del 1982 per la regia di Blake Edwards con Julie Andrews, ma questo “Viktor und Viktoria” in scena al Teatro Quirino dal 5 al 17 febbraio, è una commedia musicale ispirata all'anonima pellicola tedesca del 1933 diretta da Reinhold Schünzel di cui il film del 1982 fu il fortunato remake.
Per quanto ispirato dall'opera cinematografica originale, quello che ci offre Giovanna Gra è un adattamento teatrale totalmente inedito affidato alla regia di Emanuela Gamba.
La storia si svolge a Berlino, alle soglie dell'avvento del nazismo, periodo che vide una grande libertà di costumi, intenso fervore intellettuale nonostante i nazionalsocialisti stessero per prendere il potere.
In questo contesto, Susanne Weber (Veronica Pivetti) un'attrice e cantante ormai in miseria, si spinge nella grande città alla ricerca di una scrittura. Qui si imbatte in un collega altrettanto squattrinato, Vito Esposito (Yari Gugliucci) emigrante napoletano che con scaltrezza la spinge a sfruttare il suo naturale fascino androgino. Ne scaturisce un sodalizio professionale che si rivelerà la loro fortuna e darà vita a una sincera amicizia.
Tutto si gioca su un perfetto equilibrio tra farsa e sentimento, tra umorismo di parola e gag in cui il corpo è il solo protagonista riportando alla memoria la migliore tradizione slapstik del cinema muto.
Viktor und Viktoria è una commedia sofisticata in cui tra battute di spirito ed equivoci, si legge la critica a una società bigotta e superficiale e ritrae con ferocia una società in cui le persone sono schiave dei propri ruoli e dei cliché culturali finendo spesso per rinunciare a se stesse.
Si ironizza anche con leggera implacabilità sul destino delle persone che fanno dello spettacolo la propria vita, e si esaspera il conflitto tra interprete e personaggio spingendolo all'estremo. Tematiche più che attuali per questa favola musicale che vede la “Cenerentola” Susanne nella Berlino permissiva degli anni trenta, trovare la sua rivincita nonché quell'amore romantico e passionale da lei tanto spregiato e rifuggito. Tra le note delle musiche originali di Maurizio Abeni, Veronica Pivetti danza, canta, si mette in gioco con grinta e generosità supportata dalla sua fisicità esile e dalla naturale vocalità profonda pienamente a servizio del ruolo. Yari Gugliucci, col buffo incedere e l'inflessione dialettale, infonde nel suo Vito quella simpatica malinconia tipica dei personaggi del miglior teatro di tradizione popolare partenopeo. Giorgio Borghetti è il fascinoso conte Von Stein che perdendo la testa per Viktor (di cui non conosce la vera natura) sprofonda nella confusione, ma la purezza dei suoi sentimenti lo indurrà ad abbandonare ogni remora nonostante il pericolo rappresentato dalle severissime leggi vigenti all'epoca riguardo i rapporti omosessuali, fino almeno al momento in cui tutte le carte non verranno allo scoperto. Pia Engleberth è la disinibita impresaria fautrice del successo di Viktor, Roberta Cartocci è la biondissima e svampita ballerina di fila di cui Vito è perdutamente innamorato e Nicola Sorrenti è l’attrezzista Gerhardt che si farà voce dell'onda xenofoba sempre più prepotente e dilagante. La regia di Emanuela Gamba é semplice e funzionale, sostenuta dalle scene a pannelli girevoli di Alessandro Chiti, dai costumi di Valter Azzini e le luci di Alessandro Verazzi. I ritmi serrati, un cast di qualità e ottimamente assortito, fa di questo Viktor und Viktoria uno spettacolo godibile, una storia che parla d'amicizia, d'amore, di tolleranza e scelte difficili, ordita sulla doppia opposizione apparenza/essenza e vita/finzione scenica, opposizione che evidenzia come non esistano polarità nette e quanto i sentimenti possano prescindere dai ruoli prefissati della sessualità.
Susy Suarez




VIKTOR UND VIKTORIA


versione originale Giovanna Gra
regia Emanuele Gamba
con Veronica Pivetti
e con Giorgio Borghetti, Yari Gugliucci
e Pia Engleberth, Roberta Cartocci, Nicola Sorrenti
scene Alessandro Chiti
costumi Valter Azzini
luci Alessandro Verazzi
musiche originali e arrangiamenti Maurizio Abeni

domenica 9 dicembre 2018

LE SORELLE MATERASSI - Regia di Geppy Gleijeses


In scena al Teatro Quirino fino al 9 dicembre tornano “Le sorelle Materassi”, l'adattamento teatrale del celeberrimo romanzo di Aldo Palazzeschi diretto da Geppy Gleijeses. Questo classico della letteratura italiana, composto nel 1938 dal novelista toscano, è stato già oggetto di celebri adattamenti, come il film del 1943 di Ferdinando Maria Poggioli o la miniserie televisiva Rai per la regia di Mario Ferrero nel 1972. Non è semplice portare sulla scena uno dei romanzi più belli della letteratura italiana, di un autore dallo straordinario stile narrativo, ma questa trasposizione teatrale riesce pienamente a rendere giustizia all'opera grazie anche all' ottima rielaborazione del testo di Ugo Chiti.
I ritmi sono dosati con oculatezza. Un inizio dai tempi più placidi e dilatati, che aiuta a introdurre il contesto, si apre col divertente sogno di Carolina: un improbabile incontro col papa costruito con un efficace gioco di ombre, in cui la donna racconta spudoratamente al pontefice tutta la loro vita.
Con l'entrata in scena del tanto decantato nipote, il ritmo sale coinvolgendo sempre più lo spettatore nella grigia esistenza delle due zitelle, Carolina (Milena Vukotic) e Teresa (Lucia Poli), dedite al lavoro di ricamatrici per il quale sono rinomate nell'ambiente alto borghese.
Comprendiamo che le due anziane donne hanno trascorso una vita di sacrifici e austerità, motivo per cui quando piomba nelle loro vite il nipote Remo, rimasto orfano di madre (la defunta quarta sorella Materassi), vengono travolte da un vortice di quella gioventù e spensieratezza a loro preclusa e iniziano a viverla per la prima volta attraverso lui. Ammaliate anche dalla straordinaria avvenenza del giovane si ammalano di un amore cieco che risveglia in loro un misto di sopiti istinti materni e sensuali. Le sorelle finiscono con l'esserne totalmente soggiogate. Remo al suo arrivo è praticamente semi-analfabeta ma le zie riescono a fargli prendere in pochi mesi la licenza elementare. In seguito però il ragazzo si rifiuta di continuare gli studi. Remo inizia a vivere come un dandy di provincia, fannullone e pretenzioso; tutto gli viene concesso e perdonato, anche le continue scorrerie che con gli amici perpetra in casa, dando fondo alle riserve di vino e cibo delle donne, le quali paradossalmente si divertono a osservare il gruppo di giovani gozzovigliare allegramente a loro spese. Il tutto anche con la complicità della fedele serva Niobe (Sandra Garuglieri), anch'essa stregata dalla leggera alterigia del giovane. La domestica tuttofare, sorniona e semplice d'animo, con impeto di popolana, irrompe sulla scena donando il suo tocco brillante.
L'unica a essere immune al suo fascino è Giselda (Marilù Prati) terza sorella riaccolta in casa dopo un fallito matrimonio con un giovane nobile dissoluto. I rapporti con la sorella non sono idilliaci: Teresa e Carolina non hanno mai compreso e accettato la decisione di Giselda di sacrificare il dovere alla passione. Giselda, ormai disincantata, odia tutto il genere maschile trattandolo con freddezza e indifferenza.
Perfette nei rispettivi ruoli Lucia Poli e Milena Vukotic, sia per la loro fisicità esile e spigolosa, sia per la maestria con la quale sono riuscite a catturare l'anima dei personaggi di Palazzeschi. Carolina appare più tenera e remissiva mentre Teresa a tratti si mostra meno arrendevole, ma entrambe in realtà sono accomunate dalla medesima profonda fragilità. Un duo eccezionale che dosa con mestiere e talento comicità e malinconia. Il vanesio e superbo Remo è interpretato da Gabriele
Anagni, il quale comunica con incisività la mancanza di qualsiasi scrupolo morale del personaggio. La scenografia di Roberto Crea è semplice ed evocativa. Tutta l'azione si svolge in un' unica sala della casa, al centro della quale incombe il “carceriere delle due sorelle”: il tavolo da lavoro. Sul fondo un grande arco che da' all'esterno dietro il quale si profila l'ombra di un imponente albero che lascia immaginare la presenza di un giardino. I costumi hanno quel gusto nostalgico di un tempo, da quelli più rigorosi della quotidianità indossati dalle sorelle ai ridicoli “vestiti della festa”, strabordanti di trini e merletti, sfoggiati nelle due uniche occasioni in cui si allontanano dalla casa. Le musiche di Mario Incudine contrappuntano i momenti più toccanti. Struggente la scena in cui, sedute in proscenio, le donne si spogliano lentamente dalle estrose vesti pulendosi via il trucco, piegate e sconfitte e nel silenzio ci trasmettono tutto il dolore e la rassegnazione. Sembrano quasi essersi rese finalmente conto del gioco sadico nel quale sono cascate, ma nelle scene successive capiamo che nonostante tutto, non potranno mai uscirne. Ormai prosciugate nell'animo e nel portafogli, l'amore per Remo è per assurdo tutto ciò che rimane loro. Le sorelle Materassi è uno spettacolo elegante. Armonioso incontro tra teatro e letteratura dalla regia snella e organica che verrà apprezzato sia da chi conosce già il romanzo da cui è tratto, sia da coloro i quali approcciano per la prima volta alla storia di Palazzeschi. Un dramma familiare le cui tinte ironiche ne svelano tutta l’intrinseca insensatezza.
Susy Suarez

Le Sorelle Materassi

Di Aldo Palazzeschi
Adattamento Ugo Chiti
Regia Geppy Gleijeses
Scene Roberto Crea
Costumi Accademia Costume e Moda
Interpreti principali Lucia Poli, Milena Vukotic, Marilù Prati
Produzione Gitiesse Artisti Riuniti