lunedì 30 marzo 2020

" USARE LA QUARANTENA PER SFUGGIRE AL CONTAGIO DELLA FOLLE VERTIGINE COLLETTIVA DELLE ESIGENZE SOCIALI" SUSY SUAREZ - RIFLESSIONI DA UNA QUARANTENA


Tutti siamo vittime, me compresa, della coscienza collettiva ottusa e ignorante che ci offre una specie di lista della spesa a cui crediamo di doverci attenere per non esser esclusi: dobbiamo sposarci, avere figli, vivere in una bella casa, guidare una bella auto, indossare vestiti firmati, frequentare quel posto piuttosto che l’altro, e ci atteniamo alle idee dei più fino a sacrificare e poi totalmente dimenticare la nostra vera natura. Inseguiamo il gregge fino a smarrirci in esso e ci convinciamo di desiderare cose di cui non abbiamo alcun bisogno. Facciamoci domande, solo così possiamo imparare a muoverci criticamente nella realtà, perché le domande arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’arroganza dogmatica della massa. A metterci in crisi è il confronto continuo tra ciò che abbiamo, ciò che hanno gli altri, e ciò che manca per raggiungere lo standard di benessere in ascesa costante, complici i miti mediatici, viviamo in un costante contrasto tra necessità psicologiche e risorse pratiche e si crea questa ansia collettiva. Il rischio però è di non percepire i propri limiti.
Tutto questo inibisce il piacere e la gioia di vivere, perché il nostro tempo ci sollecita alla spasmodicità di desideri insaziabili, perché il nostro desiderio è insediato dall’affanno con cui cerchiamo il piacere, perché la nostra mente è perennemente proiettata da qualche parte rispetto alla realtà del presente. La vita ci passa accanto e non ce ne accorgiamo. Viviamo sfasati tra risentimenti e nostalgie del passato, preoccupazioni e fantasticherie sul futuro.
Il “senso d' appartenenza” è una gran fandonia non è vero che non si può vivere senza appartenere a qualcuno o a qualcosa, bisogna saper bastare a se stessi! Ciò non significa escludere il prossimo dalle proprie scelte. Il dialogo è indispensabile e importante, non si può pensare da soli perché la critica altrui è l’unico mezzo di verifica e controllo del nostro pensiero, ma non bisogna vivere la propria vita in funzione di nulla e di nessuno, altrimenti si consuma in essa tutta la propria energia e si respinge la serenità finché non la si avrà raggiunta, cioè mai.
Nasciamo nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia senza restarne prigionieri. A volte c’è chi inconsapevolmente se ne imprigiona solo per restare rannicchiato in un area protetta dove chiamiamo fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è per il terrore di incontrare se stessi, con il rischio di non essere mai davvero nati.
Tradire se stessi significa inseguire modelli esterni che non ci appartengono. Osservarci dal di fuori invece di comprenderci dal di dentro.
Un approccio alla vita basato solo sul dovere e sul giudizio degli altri impedisce di scoprire cosa ci piace o ci piace davvero, le passioni e gli odi che ci animano nel profondo.
Smettiamola di pensare senza sosta a ciò che si è o non si è ottenuto, la vita così si consuma!
La mente serena non si adagia su idee fisse, non capta solo un accordo della grande sinfonia della vita ma si dispone a lasciare scorrere tutte le note. Spesso ci lamentiamo che le persone abbiamo il potere di farci del male, in realtà siamo noi che glielo permettiamo.
E’decisivo saper dare il giusto peso ai fatti negativi e positivi e riuscire a fare un bilancio equanime, perché spesso il senso della sconfitta ci impedisce di vedere e cogliere le cose costruttive che ci sono successe ed è facile così cadere in errori di prospettiva. Digerire il passato e aprirsi al futuro. Nel mio lavoro costante per imparare a trovare l’equilibrio e la parsimonia (sia nel modo in cui gestisco i miei beni materiali, sia nel modo in cui elargisco i miei sentimenti), quantunque appaia la tristezza cerco di viverla come una condizione in cui trovi spazio anche la gioia, la riflessione, la scoperta. La vita è bella e preziosa e la vera libertà non consiste nel abbandonarsi totalmente alle proprie passioni, ma nel saperle dominare razionalmente e goderne con intelligenza.
Susy Suarez in quarantena  

"Chi non può ragionare è un pazzo. Chi non vuole è un bigotto. Chi non si interessa è uno schiavo" 
ANDREW CARNEGIE

La nostra epoca è diventata talmente ovattata che cerca i curare con le medicine anche la coscienza, ma non riuscirà mai a guarirci dall’essere uomini. La saggezza non sta nell’astenersi dal sentire ma dal sentire tutto, così come viene. (Eric-Emmanuel Schmitt- Piccoli crimini coniugali) 

martedì 28 gennaio 2020

LE BRACI - Regia di Laura Angiulli


In scena al teatro Piccolo Eliseo dal 23 gennaio al 9 febbraio “Le braci” tratto dal celebre romanzo di Sàndor Màrai scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense.
Tutta la produzione di Màrai è stata riscoperta in modo tardivo, ripubblicata in francese, inglese, tedesco e italiano, ed è ora considerata parte dei capolavori della letteratura del ventesimo secolo. L'opera “Le braci” infatti, fu pubblicata nel 1943 ma apparsa in Italia solo nel 1998 e non ha mai smesso di incontrare il favore di migliaia di lettori, divenendo un classico della letteratura mitteleuropea, emblema di un mondo perduto.
Numerose le riproposizioni teatrali in giro per il mondo, persino operistiche. Il testo di per sé nella sua struttura potrebbe mostrarsi favorevole a un simile lavoro di adattamento, ma in realtà chi lo ha letto con attenzione capirà la difficoltà di questa operazione essendo quello di Marai oltre che uno stile asciutto e raffinato, anche adorno di descrizioni minuziose e digressioni interiori che non è facile rendere al di fuori della carta stampata.
Mettere in scena un testo così dialogico è operazione complessa. Fulvio Calise in questo caso lo riduce con accuratezza ad una pièce di sessanta minuti, restando fedele al testo e all'eleganza sintattica dell'autore, ritagliandone i passaggi più preziosi e rappresentativi, non indugiando sui preamboli e introducendo quasi immediatamente l'incontro fatidico tra i due protagonisti.
Konrad (Stefano Jotti) sapeva che un giorno sarebbe tornato a Vienna, e il generale Henrik (Renato Carpentieri) sapeva che un giorno sarebbe giunto quel momento. Solo questa consapevolezza ha mantenuto in vita entrambi per anni.
Márai nel suo testo riserva parole molto profonde e si dilunga non poco per descrivere il loro legame di un tempo. In questo caso lo si afferra man mano che il colloquio prende forma e che le dinamiche iniziano a dipanarsi.
La scena è ferma, scarna, quasi a sottolineare un mondo ormai spento. Sono i ricordi a farla da padrone, in una stanza in cui non si entra più da quarant'anni. Nel castello dell'aristocratico generale Henrik tutto è rimasto come prima. La pièce ha inizio proprio con l’ingresso perentorio di Henrik in quella stanza. E' tempo di riesumare le tre poltrone, sulle quali i due amici solevano trascorrere le loro giornate insieme, liberandole dai vecchi lenzuoli che le ricoprivano, quei giorni in cui l' amicizia e l'amore sembravano sacri, intaccabili. La scenografia è essenziale: una piccola scrivania in un lato, il caminetto sulla parete e le tre poltrone poste a triangolo, quel triangolo maledetto che ha avvelenato le loro vite.
Sullo sfondo il crollo dell’Impero Austro-Ungarico durante il quale si è consumata la fine di un’intera classe politica, economica e militare. Il testo di Márai osserva quel periodo dalla prospettiva di una forte amicizia, due mondi che si scontrano, l' aristocrazia e l’incalzante classe borghese.
Da una parte Henrik, le eleganti dimore e le battute di caccia, dall'altra Konrad, la modestia di una vita semplice e l'amore per la musica.
Henrik afferma di essersi sempre adattato allo stato di inferiorità sociale dell’amico, offrendogli al contempo la possibilità di condividere con lui le sue disponibilità, ma oltre a queste finisce per condividere, suo malgrado, anche l'amore di una donna ormai scomparsa, la cui presenza non ha mai spesso di imperare su di loro.
L'azione rende il senso di ineluttabilità. Ci troviamo di fronte a un incontro inesorabile tra due sopravvissuti al loro tempo e tenacemente rimasti vivi, resistendo stoicamente in una bolla d’attesa.
Renato Carpentieri è un caposaldo del teatro italiano e anche il cinema tardivamente riconosce la sua grandezza nel 2018 attribuendogli un David di Donatello per l' interpretazione nel film “La tenerezza” di Gianni Amelio.
Il suo generale Henrik parla e si muove con fredda lucidità attraverso la quale striscia una rabbia mai sopita. Il Konrad di Jotti appare un uomo piegato dall'amarezza, contrito e affaticato.
“Le braci” è un teatro di parola in cui la regia di Laura Angiulli, misurata e pertinente, viene ottimizzata dal disegno luci ben configurato di Stefano Accetta che esalta i momenti più salienti.
E' Henrik per lo più a parlare, l'amico lo ascolta e cerca di raccontare le sue verità, ma nulla svela, nemmeno quando il generale giunge a formulare la fatidica domanda che da quarant'anni gli rimbomba nel cuore.
La stanza diventa una gabbia entro la quale si annusano e si scrutano come due leoni, per poi riprendere posto sulle loro vecchie poltrone. Henrik lancia il suo attacco, Konrad incassa ma non cede.
Ora davanti al fuoco simbolico del caminetto, nel quale in un atto estremo Henrik brucia il diario della sua amata, l’animo umano troverà pace solo quando la brace diventerà cenere.
Non ci saranno vincitori né vinti in questa parabola del rancore e dei rimpianti, e la fine porterà solo alla consapevolezza che “la verità” ormai non ha più alcun senso.

Susy Suarez 

 LE BRACI 

di Sándor Márai
Con Renato Carpentieri e Stefano Jotti
Adattamento: Fulvio Calise 
Regia: Laura Angiulli 
Aiuto regia: Serena Sansoni

domenica 12 gennaio 2020

DITEGLI SEMPRE DI SI'-Regia di Roberto Andò




“Ditegli sempre di sì” in scena al teatro Ambra Jovinelli dall’ 8 al 19 gennaio è uno dei primi successi firmato Eduardo De Filippo. Scritto nel 1925 Eduardo lo destinò, quale primo interprete, a Vincenzo Scarpetta. Col tempo tuttavia ci si affezionò molto e vi furono varie riproposizioni tra cui la meravigliosa versione televisiva del 1962. Il protagonista è Michele Murri, il quale dopo un anno d'assenza torna a casa della sorella. Michele non rientra da un lungo viaggio d’affari, come si vuol far credere agli amici e ai vicini, bensì da un anno passato in un manicomio e dimesso dopo essere stato considerato dal suo medico ufficialmente pronto alla riabilitazione nella vita quotidiana. Diagnosi che, col dipanarsi della vicenda, vedremo rivelarsi fallace. Roberto Andò sembra essere rimasto fedele all'impianto registico di De Filippo, allo stile e alla forma del teatro classico di tradizione napoletana, evitando tediose rivisitazioni o la ricerca forzata di scialbe originalità, e lo fa in maniera ineccepibile dal punto di vista formale. “Ditegli sempre di sì”, come tutte le fortunate opere di De Filippo, racconta la società italiana del novecento ponendo l’interesse focale sul nucleo familiare, il vero specchio della cultura napoletana, e attraverso il tema della follia offre una sagace analisi dell'assurdità dei comportamenti sociali.
In scena un cast numeroso di indubbia professionalità.
Il teatro di De Filippo si distingue per specifici caratteri e maniere, ovviamente intriso da un umorismo che si esprime attraverso la musicalità dell' inflessione e del dialetto napoletano, dialetto che ha i suoi tempi e i suoi equilibri, che sono quelli della verità, in questo caso però edulcorati in favore di una recitazione dai ritmi eccessivamente accelerati, dai toni farseschi e manieristici spinti troppo fuori dal seminato per una pièce di livello come questa. Questa scelta non aggiunge nulla all'opera, non la rende né più divertente né più agile, ma ne svilisce l'autenticità e la profonda attualità.
Il lato farsesco è solo parte dell'intreccio, ma in questo caso sembra si sia voluto conferire a tutti i personaggi un aspetto esasperatamente macchiettistico che li limita e li appiattisce.
Michele Murri è il perno della commedia, sia perché ne è il protagonista, sia perché il suo interprete, Gianfelice Imparato, al cinema, in tv o in teatro, riesce sempre ad attribuire ai suoi personaggi una speciale autenticità che gli appartiene, e in cui riverberano naturalmente le corde di Eduardo. Il suo Michele funziona: con le ingenuità, i balbettii, l'incedere incerto e buffo che inteneriscono e divertono allo stesso tempo. Michele prova a rapportarsi con gli altri secondo un proprio codice linguistico, cerca il ragionamento ossessivamente, prende tutto alla lettera, puntualizza ogni cosa che gli viene detta con una precisione maniacale. La pazzia di Michele appare come una forma patologica di innocenza, di purezza senza filtri che non può essere compresa all'interno dei meccanismi del vivere comune, fatto di convenzioni, ipocrisie, inganni, illogicità ed egoismi. Per questo involontariamente innesca una serie di fraintendimenti, equivoci e ironie sulle quali si impernia tutta la commedia.
Insieme a Michele a sostenere le scene più esilaranti e in fine anche più toccanti dell'opera è Luigi (Edoardo Sorgente), studente spiantato e fannullone che prova a fare l'artista con scarsi risultati. Sorgente spicca indubbiamente per l'incredibile energia con la quale cavalca la scena. Spassoso il momento in cui intorno al tavolo Luigi recita una poesia per far colpo sulla sua amata, di cui segretamente è innamorato anche Michele.
Eleganti e appropriate le scene e il disegno luci di Gianni Carluccio, dal salotto della casa della vedova Teresa Lo Giudice (Carolina Rosi) del primo atto, sino alla tavola da pranzo nella residenza di campagna dell'amico di famiglia Vincenzo Gallucci (Gianni Cannavacciuolo). Sarà qui infatti dove tutti si ritroveranno nel secondo atto e si compierà il sorprendente epilogo.
Michele si sente frustrato e fuori posto non riuscendo più a comprendere, e barcolla sul confine tra lo sragionare e il ragionare oltremodo, portandoci a considerare come in fondo la follia possa essere null'altro che una forma di eccessiva lucidità.
Poetico ed evocativo il quadro finale in cui tutti i personaggi indossano giacche e camicie bianche, citando il tipico abbigliamento dei malati mentali nei manicomi. In fondo come diceva Alda Merini: “Chi decide chi è normale? La normalità è un'invenzione di chi è privo di fantasia”.
Susy Suarez



“DITEGLI SEMPRE DI SI’”
di Eduardo De Filippo
con (in ordine di apparizione) Carolina Rosi, Paola Fulciniti, Massimo De Matteo, Edoardo Sorgente, Vincenzo D'Amato, Gianfelice Imparato, Federica Altamura, Andrea Cioffi, Nicola Di Pinto, Viola Forestiero, Boris De Paola, Gianni Cannavacciuolo
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Francesca Livia Sartori
regia Roberto Andò
produzione Elledieffe – La Compagnia di Teatro di Luca De Filippo
Fondazione Teatro della Toscana

venerdì 1 novembre 2019

CHE FINE HANNO FATTO BETTE DAVIS E JOAN CRAWFORD? - Regia di Fabrizio Brancale

Per la prima volta in scena in Italia all'Off Off Theatre di Roma da martedì 22 a giovedì 31 ottobre “Che Fine Hanno Fatto Bette Davis e Joan Crawford?”testo del commediografo francese Jean Marboeuf. Ciò grazie alla caparbietà di Riccardo Castagnari che ne ha curato la traduzione e ha avuto il coraggio e l'intuizione di riproporlo in una veste assolutamente inedita. Cinquantacinque anni fa Joan Crawford e Bette Davis erano attrici di fama mondiale raccontate dalla stampa scandalistica sempre l'una contro l'altra. In una scenografia che richiama i polverosi camerini di un tempo, tra ciprie, bauli e impietosi specchi, Bette Davis (Gianni De Feo) e Joan Crawford (Riccardo Castagnari) ci raccontano la popolare storia della loro rivalità. Schermaglie, epiteti poco lusinghieri e battute al vetriolo in punta di fioretto, sono il fil rouge di questa pièce in cui sono due interpreti maschili a vestire i panni delle dive di Hollywood, così diverse tra loro ma accomunate da un reciproco e feroce odio. “Che fine ha fatto Baby Jane?”,   il film diretto da Robert Aldrich nel 1962,  le portò a recitare per la prima volta insieme, e quel set si trasformò presto nel ring perfetto su cui consumare una lotta all'ultimo sangue tra ingiurie e ripicche. Contro ogni previsione il film ottenne un enorme successo in tutto il mondo e permise alla carriera di entrambe di avere un ennesimo slancio. Bette Davis fu persino candidata all'Oscar, ma a questo punto Joan lanciò una campagna contro di lei riuscendo non solo a boicottare la rivale ma a convincere Anne Bancroft, la vincitrice dell'Oscar di quell'anno, a farsi sostituire sul palco e a ritirare il premio per lei.

La cifra stilistica dello spettacolo è netta e ben definita e punta all'eccesso, all'intensità delle movenze e alla rutilanza del trucco, del parrucco e dei numerosi e ammalianti costumi. Le musiche originali di Francesco Verdinelli supportano e infondono poetica ai passaggi più emotivi. 
La regia di Fabrizio Brancale riesce ad amalgamare con acume ogni elemento, comprese le personalità di due artisti di talento dalla presenza scenica e dalla vocalità molto diversa, proprio come lo erano quelle della bellissima Joan e della bruttina, ma magnetica Bette. Joan Crawford aveva effettivamente la metà del talento espressivo di Bette ma, a differenza della sua odiata collega,  possedeva quel fascino languido e allo stesso tempo impenetrabile che mandava gli uomini dell'epoca letteralmente in delirio.
Suggestive e funzionali le immagini di repertorio che, proiettate sullo sfondo della scena, si frappongono all'azione trascinando lo spettatore nel backstage dei set dell'epoca o alla famosa notte degli Oscar in cui Bette Davis riuscì a far trionfare le sue smanie di protagonismo.
Riccardo Castagnari è già noto al pubblico soprattutto per lo strepitoso successo della sua pièce su Marlene Dietrich portata in scena sia in Italia che all'estero per ben diciotto anni in cui egli stesso interpreta la mitica diva.
Cimentandosi ancora una volta con un ruolo femminile, un'ennesima star, riesce nel non semplice compito di rivoluzionarsi senza ripetersi. Sostenuto sicuramente da un lavoro di studio scrupoloso offre una Joan Crawford inedita affrescandola secondo la sua personalità artistica senza snaturarne il ritratto rimasto impresso nell'immaginario collettivo.
Gianni De Feo, al contrario di Castagnari, si cimenta per la prima volta nell'interpretazione di un personaggio femminile, ma professionalità, esplorazione e ricerca, lo rendono altrettanto all'altezza del ruolo.

Entrambi rendono palpabile l'amore/odio che univa indissolubilmente le due donne, le invidie e i livori che sfioravano la nevrosi e che col tempo crearono una paradossale dipendenza, come se l'una non potesse più vivere senza le provocazioni dell'altra.  “Che Fine Hanno Fatto Bette Davis e Joan Crawford?” immerge lo spettatore in uno spaccato della storia del cinema, raccontando quel divismo di un tempo che ormai non esiste più ma che  coinvolge sempre con magnetico incanto.
Susy Suarez


Dal 22 al 31 ottobre 2019
OFF OFF THEATRE

CHE FINE HANNO FATTO BETTE DAVIS E JOAN CRAWFORD?

di Jean Marboeuf
traduzione Riccardo Castagnari
con
Gianni De Feo
Riccardo Castagnari
regia
Fabrizio Bancale
Scene Roberto RInaldi
musiche originali Francesco Verdinelli
assistente alla regia Sebastiano Di Martino
disegno luci Alessio Pascale
ufficio stampa Carla Fabi Roberta Savona

venerdì 25 ottobre 2019

STRIKE - Regia di Gianni Corsi


“Stike” vede la sua genesi nel Laboratorio di Arti Sceniche diretto da Massimiliano Bruno in cui tre giovani interpreti, studiando e allenandosi su delle scene scritte da loro, hanno pensato di sviluppare una vera e propria pièce. Già messa in scena nel 2018 con un ottimo riscontro di pubblico, torna quest'anno in cartellone al Teatro De'Servi dal 18 ottobre al 3 novembre. “Strike” è prima di tutto la storia di una ricerca di riscatto più umano che sociale. Parla di amicizia, della voglia di riuscire ad amare, di solidarietà tra coetanei, desiderio di abbracciare ed essere abbracciati. Tre ragazzi molto diversi tra loro ma accomunati nella loro personale lotta generazionale contro la solitudine dell'anima. Tra delusioni d'amore, padri assenti, famiglie sgangherate, la loro amicizia diventa un'ancora da gettare nel mare di desolazione del cortile del Sert di una periferia romana. Tutta l'azione infatti, si svolge proprio di fronte lo sportello di questo servizio sanitario pubblico per tossicodipendenze nel quale Pietro (Giovanni Nasta) si ritrova, quasi per caso, avendo commesso una piccola bravata. E' qui che incontra Dante (Gabriele Berti), un ragazzo di buona famiglia, laureando in psicologia buffo e imbranato che si trova lì per svolgere il suo tirocinio da psicologo. Nonostante i diversi background sociali e culturali, i due ragazzi, tra una sigaretta e una scommessa ai cavalli, stringono un'insolita amicizia. In seguito Tiziano (Diego Tricarico) fa la sua comparsa nel cortiletto del Sert. Sulle prime introverso e sfuggente, troverà il coraggio di confessare ai nuovi amici la sua amara storia. Gabriele Berti, Diego Tricarico e Giovanni Nasta riescono a far ridere con una spontaneità tutta loro che li rende brillanti senza mai alcuna forzatura, dimostrando una buona maturità interpretativa nonostante la giovane età. Tre interpreti i quali uniscono al talento un istinto evidentemente non appesantito dalle sovrastrutture formali che molti attori rischiano di acquisire con il tempo e che, fungendo da filtro verso la realtà, sono spesso un evidente impedimento psicofisico. Di certo il fatto di aver ideato e scritto il testo di loro pugno concorre alla tenuta di ritmi perfetti e al grande affiatamento che si percepisce, guidato in maniera ottimale dalla regia di Gianni Corsi sotto la direzione artistica di Massimiliano Bruno. Essendo uno spettacolo in cui la struttura drammaturgica si rende protagonista assoluta, una buona direzione attori diventa essenziale. “Strike” è una commedia scritta e interpretata da giovani che parla di giovani con un linguaggio giovane (si citano Instagram, Facebook, influencers, si canta musica rap e si utilizzano espressioni gergali e senza filtri) ma che possono e dovrebbero vedere tutti, a tutte le età, perché apre una speranza nei rapporti umani, nella famiglia, nell'amicizia, nella solidarietà generazionale, ma senza moralismi. Generosità e forza interiore servono per farsi avanti quando comprendiamo che tocca a noi, che è il nostro turno di prendere la palla, mirare e fare Strike.
Susy Suarez





lunedì 21 ottobre 2019

GIOVANNA DARK- Regia di Matteo Fasanella


Giovanna Dark in scena al teatro Stanze Segrete dal 10 ottobre al 3 novembre per la regia di Matteo Fasanella, riprende fedelmente la storia mista a leggenda di Giovanna D'Arco, la “pulzella d'Orleans”, giovanissima contadina che si presentò alla corte del futuro Carlo VII di Francia, chiedendogli di mettersi a capo dell’esercito francese per cacciare definitivamente gli Inglesi.
Le vicissitudini della santa sono ormai note a tutti grazie soprattutto alle numerose trasposizioni cinematografiche (tra le più celebri quella del '48 diretta da Victor Fleming con Ingrid Bergman e la più recente del '99 diretta da Luc Besson interpretata da Milla Jovovich).
Nonostante la storia di Giovanna (che decenni dopo la morte è stata liberata dell’infamante accusa di eresia) abbia ispirato e ispiri anche numerose riletture in chiave moderna, Fasanella resta fedele all'impianto originale offrendoci un adattamento in costume classico e pulito, dedicandosi anche a una ricostruzione storica e politica per contestualizzare il personaggio nella sua epoca, permettendo così allo spettatore di comprendere come sia stata possibile l’ascesa di una ragazza del popolo ai più alti ranghi dell’esercito. Il 29 Aprile 1429, Giovanna d’Arco al comando di circa quattromila uomini arrivò nei pressi di Orléans tentando di scacciare gli inglesi che avevano intrapreso l’assedio della città. Il 9 maggio i francesi potevano esultare per la vittoria conseguita grazie ad una ragazzina di diciassette anni.
Non si tratta di una semplice lezione morale. Giovanna è anzitutto il segno di come l'impossibile possa farsi possibile.
Efficace la riduzione che vede fondersi elementi della sceneggiatura Birkin/Besson del film del '99 all'opera teatrale di George Bernard Shaw datata 1923.
La cura dei costumi, delle musiche e degli effetti sonori, riesce a ricreare, in uno spazio scenico inusuale ed esiguo come quello del Teatro Stanze Segrete, atmosfere a tratti esoteriche che accompagnano lo spettatore indietro nei secoli, a dimostrazione che anche uno spazio limitato possa non esser limitante quando si hanno delle buone intuizioni registiche.
La Giovanna D'Arco di Virna Zorzan è una ragazzina all'apparenza fragile dallo sguardo ora vacuo ed estatico, ora risoluto e selvaggio. Come indemoniata nella sua fervida passione, nel suo sentirsi messaggera di Dio, ci presenta un personaggio che non è un uomo, né ancora una donna.
Impeccabile Giuseppe Renzo che propone con talento e mestiere un delfino di Francia elegante; ora mite e bonario, ora ebbro di un potere e una vanità senza scrupoli. Perfettamente calibrata al suo fianco Maurizia Grossi nei panni della fida sorella, la quale nasconde dietro melliflui sorrisi calcolo e cinismo.
Interessante la presenza scenica dei due attori più giovani, i quali interpretano i due personaggi più coerenti e fedeli a loro stessi nell'arco della narrazione: il capitano Gilles de Rais (Alessandro Onorati) sempre diffidente e aggressivo nei confronti di Giovanna, e Jean d'Aulon (Valerio Rosati) leale fino alla devozione.
Alla fine, quando Giovanna sarà messa sotto processo, persino la fede vacillerà in un "dibattito" con la sua coscienza (Matteo Fasanella) nella ripresa di una delle scene più celebri ed emotive del film di Besson. Ecco che qui la parte più “dark” della pulzella emerge, la inquisisce e la tormenta all'interno della sua cella. Essa è quell'ego corrotto e oscuro che può portarci a dubitare persino di noi stessi e della natura delle nostre decisioni all'apparenza più nobili.
Così la Pulzella d'Orléans rivive nella nostra epoca, emblema di tutti gli uomini e le donne che ascoltano la propria voce e non hanno paura.
SUSY SUAREZ 

GIOVANNA DARK

Da Andrew Birkin – Luc Besson – G.B. Shaw
Con Virna Zorzan, Giuseppe Renzo, Maurizia Grossi, Alessandro Onorati, Valerio Rosati, Matteo Fasanella
e con Edoardo Sala
Regia Matteo Fasanella