lunedì 20 dicembre 2021

DIS-ORDER - Regia di Marcello Cotugno


“Disorder”
due atti unici di Neil LaBute in scena al Teatro Lo Spazio dal 16 al 19 dicembre per la regia di Marcello Cotugno, entrambi interpretati da Benedicta Boccoli e Claudio Botosso.  

Cotugno, grande estimatore dell'autore statunitense, negli anni ha diretto numerosi suoi testi teatrali, tanto da curarne persino un'antologia nel 2014 edita da Editoria & Spettacolo che racchiude alcuni dei suoi lavori più significativi. 

Labute è uno dei più discussi e controversi drammaturghi della sua generazione. Autore contemporaneo dal linguaggio moderno, le sue storie sono spesso incentrate sui legami emotivi, il rapporto tra i sessi, mettendo in scena personaggi al servizio di temi attuali, le cui vicende finiscono quasi sempre con l'avere un risvolto spiazzante e paradossale, talvolta molto crudo.   

Labute affresca personaggi coi quali è facile l’identificazione, perlopiù appartenenti a una middle class abbastanza tipica delle società urbana del mondo occidentale. Il suo teatro si avvale di un linguaggio quotidiano, spesso brutale e pungente, e il ritmo dei dialoghi è cruciale. Proprio per questo motivo non è per niente facile riuscire a metterli in scena restituendo quella verità che necessitano per ingaggiare lo spettatore in un processo di reale identificazione. 

Il suo linguaggio, dal taglio cinematografico, non può indulgere in cliché o  inciampi manieristici dei suoi interpreti. 

Questo è il caso di “Disorder”. In entrambi gli atti unici si può godere di una intensa Benedicta Boccoli che mette sé stessa  al servizio del testo e del personaggio riuscendo ad essere credibile e convincente. L'interpretazione di Claudio Bosso, più asciutta e interiore, lascia supporre una scelta di direzione attoriale atta a creare la giusta contrapposizione tra la figura femminile e quella maschile che nelle opere di Labute appare spesso la più odiosa, cinica e insensibile. 

La struttura del Teatro Lo Spazio è estremamente duttile, e permette di poter utilizzare molteplici aree performative. Nel caso del primo atto “Land of the Dead”, l'azione si svolge interamente su uno dei due palchi, e vede i due protagonisti affiancati ma distanti. Ciascuno solo nella sua bolla senza mai rapporto né fisico né visivo. Solo un cellulare si rivelerà il loro ultimo strumento di contatto.  

Nel secondo atto “Helter Skelter”, invece, Cotugno utilizza come elemento scenografico la zona bar del teatro dando vita ad un'azione estremamente verosimile che trasmette agli spettatori la sensazione di essere davvero in un locale ad osservare, come spesso può accadere, la conversazione di una coppia al termine di un' allegra giornata di shopping. Conversazione che via via degenererà in un diverbio dalle tinte squallide e sinistre. 

I due atti sono accomunati dalla tematica della maternità e della paternità proposta da due prospettive differenti: nel primo la gravidanza e la sua accettazione, nel secondo, tutto ruota intorno alla menzogna e al tradimento che trasforma la donna gravida in una moderna Medea. 

Alla fine entrambi si ritroveranno ad essere vittime e carnefici al tempo stesso. 

In questo spettacolo ci viene offerta una riflessione sulla liquidità delle esistenze e dei legami, stimolando una condivisione profonda delle emozioni.

Susy Suarez 


Disorder 

due atti unici di Neil LaBute 

traduzione di Marcello Cotugno e Gianluca Ficca 

con Benedicta Boccoli Claudio Botosso 

regia di Marcello Cotugno aiuto regia Arianna Cremona

giovedì 25 novembre 2021

LA ROTTAMAZIONE DI UN ITALIANO PERBENE - di Carlo Buccirosso


 


Carlo Buccirosso per la prima volta calca il palco del Teatro Quirino con la sua compagnia nella commedia “La rottamazione di un italiano perbene” da lui scritta e diretta, in scena dal 23 novembre al 5 dicembre. Il protagonista Alberto Pisapia (Carlo Buccirosso) si sente perseguitato non solo economicamente dallo stato che continua a inviargli cartelle esattoriali, ma anche dalla suocera (Tilde De Spirito), la quale essendo funzionario dell'Agenzia delle Entrate, diventa il capro espiatorio sul quale riversare il suo odio omicida, nonché dal cognato e la moglie (Peppe Miale e Donatella De Felice), di cui teme le trame e il tradimento. Alberto vuole combattere, non si arrende di fronte chi gli consiglia di “rottamare” i suoi debiti con il fisco. Piuttosto che darla vinta allo stato preferisce rottamare sé stesso tentando il suicidio con i barbiturici. Dietro le sue paranoie e il suo livore si nascondono non solo la paura di perdere il denaro e l'attività di ristorazione costruita in anni di lavoro, ma anche di perdere l'amore della sua amata moglie e dei figli, che in questo suo delirio gli restano accanto e lo assecondano tentando di farlo ragionare. Il ritmo incalza dalla camera da letto del presunto moribondo del primo atto alle cucine del ristorante “Il picchio rosso” del secondo. E' proprio il ristorante l'attività alla quale lui e la sua famiglia hanno dedicato la vita, messo in pericolo dalle cartelle esattoriali che arrivano regolarmente per tramite di un “minuto” postino (Davide Marotta), il quale non sarà risparmiato dalle ire violente del protagonista. I due ambienti sono ricostruiti da scenografie importanti che riprendono, così come i costumi, lo stile dei primi novecento, nonostante il testo sia costellato di battute che richiamano a fatti e fenomeni di attualità, cosa che potrebbe sembrare un'incoerenza se solo non si tenesse conto del tono marcatamente farsesco di tutta la commedia. Buccirosso padroneggia le forme della tradizione drammaturgica napoletana attualizzandola a suo modo tra paradossi, giochi di parole, gag quasi a getto continuo, che affrontano le più ampie tematiche. “La rottamazione di un italiano perbene” potrebbe definirsi una commedia “onirico/farsesca” che alla fine non ha presunzione di di darci alcuna ieratica morale, scagliare moniti o moralismi, ma solo donare sana e acuta leggerezza. Alle ripetute doglianze di Alberto, il quale si lamenta di essere stato privato di ogni suo bene economico, l'amorevole figlia Viola (Elvira Zingone) gli ricorda che in verità possiede ancora l'affetto della sua famiglia, e “la famiglia non può togliertela nessuno”. Sarà proprio l'amore dei cari infatti a rabbonire il suo odio, perché alla fine Alberto è pur sempre un italiano perbene.

Susy Suarez


domenica 11 luglio 2021

L'ANALCOLICO BIONDO NON SOCIALMENTE ACCETTABILE


Vi racconto la storia di una ragazza bionda che nella sua vita non ha mai lesinato, sopratutto da pischella, il consumo di alcool e superalcolici, per fortuna senza mai esagerare, ma come da manuale, la sudditanza alla pressione della vita aggregativa di adolescente, la portava a seguire determinate norme di comportamento, tra cui appunto, bere, bere, bere.
Col tempo, crescendo, perde interesse e piacere nel consumo reiterato di bevande alcoliche, tanto che dopo un po' di anni di completa astensione, si ritrova a diventare quasi del tutto astemia, cosa che scopre essere ai giorni nostri un grosso drammatico problema.
Se fai una vita raccolta e ritirata te la scampi, ma se poco poco conduci una vita sociale che comporta uscire con amici e frequentare locali, concerti, cene e apericene, dovrai rassegnarti a incassare i migliori sguardi di sconcerto e disapprovazione al momento in cui, ordinando da bere, tutti invocheranno i loro cockteils preferiti, le loro birre, gli shottini, i prosecchini, gli spriz!
E tu: “Per me un succo di frutta”....Il silenzio calerà sulla tavolata. Sulle prime, sguardi di preoccupazione: “Cos'hai? Stai male?”
“No, non mi va di bere alcool”
Seguiranno sguardi interdetti, occhi al cielo, sorrisetti di sberleffo. In una tavolata così alcolicamente cool, così trendy, così à la page, quel succo di frutta è così poco....socialmente accettabile! E poi come brindiamo adesso? Con i cockteils e il succo di frutta? Non è ridicolo?
E ancora sguardi vagamente irrisori che si comunicano tra loro “Mamma che noia questa”.
La ragazza di questa storia non smetterà mai di preferire il succo di frutta allo spritz perché da tempo prova, nonostante tutte le difficoltà e per quanto possibile, ad avviare dentro di sé processi di decondizionamento sociale e di concreta esperienza di libertà individuale.
Per il resto regà, ve ne potete pure annà a fan....

lunedì 26 ottobre 2020

DE RERUM NATURA - di Roberto Herlitzka - a cura di Antonio Calenda


Dal
22 al 25 ottobre al Teatro Basilica, Roberto Herlitzka porta in scena il “suo” “De rerum natura”, performance curata da Antonio Calenda e sostenuta dal Gruppo della Creta. I più sapranno che il “De rerum natura”, anche solo scavando tra le memorie scolastiche, è un poema epico-filosofico di Tito Lucrezio Caro, poeta e filosofo romano del I secolo a.c., poema che Roberto Herlitzka ha deciso di fare “suo” realizzando una personale traduzione del testo in versi e terzine dantesche. Ciò perché Herlitzka, oltre ad essere uno degli interpreti più potenti e duttili del nostro tempo, è anche un uomo di profonda cultura che ha nutrito da sempre una grande passione per la poesia e in particolare per l'opera di Dante. Ed ecco nascere la decisione di tradurre per diletto, durante le pause tra un lavoro e un altro, il testo di Lucrezio, proprio nel linguaggio del sommo poeta, e forse nemmeno lui poteva prevedere in corso d'opera, che ne sarebbe venuto fuori un componimento di inedita raffinatezza ed eleganza. Herlizka entra in scena con la difficoltà dovuta alla sua ormai fragile costituzione. Aiutandosi con una stampella e appoggiandosi al braccio di un'assistente, dal proscenio giunge a posizionarsi sulla sedia al centro del palco. Davanti a sé un microfono e un leggio. L'impianto è tutto qui, semplice e pulito. A preludio si diffonde un pezzo di musica classica, le luci si abbassano e un gioco di ombre incide i suoi tratti così unici, scolpendo quella inconfondibile maschera mutevole e penetrante che lo ha sempre caratterizzato e nella quale oggi si dipinge la tempra che non cede al passo del tempo. Ciò si avvalora non appena proferisce il primo verso e il “reading” ha inizio. Sorprende proprio questa dicotomia così lampante tra la fragilità del corpo vissuto di un uomo di ottantatré anni e la potenza limpida e intatta del suo sacro fuoco, inattaccabile dal tempo e dagli affanni fisici. Un attimo prima vediamo entrare in scena un uomo gracile dal fare claudicante e incerto, e un momento dopo ci troviamo dinnanzi un gigante che come un sapiente direttore d'orchestra, con l'uso discreto del movimento delle mani e le mutazioni della mimica, accompagna l'armonia e il ritmo dei versi che inebriano proprio come motivi musicali. In questo poema Tito Lucrezio Caro si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo la realtà della natura e al ruolo dell'uomo nell'universo. Analizza il movimento degli atomi da cui hanno origine i fenomeni naturali, la struttura delle cose, ma viene narrato anche l’eros con inusuale ironia. Tecnicamente questo spettacolo potrebbe essere definito un “reading”, ma in questo caso tale definizione sarebbe inesatta e mortificante rispetto alla reale essenza della performance. Mai per un attimo si percepisce “l'esercizio del leggere” o l'esecuzione di quella “lettura interpretata” che si avverte inevitabilmente in qualsivoglia reading teatrale. Non c'è mai alcuna meccanica o retorica ma solo un'organicità salda e uniforme in quasi un'ora di versi incessanti. Nonostante il lessico spesso ostico, non incline ad essere compreso, è proprio la precisione dell'armonia vocale, vibrante di verità, che porta a restare sempre in ascolto e non perdere il senso di ciò che viene trattato. Ne è testimone una platea muta per l’incanto, e gli scroscianti applausi finali che Herlizka accoglie con commozione. Herlizka non è un semplice attore ma un atleta del cuore, e la reverenza che gli si tributa non è banalmente legata solo alla sua età e alla lunga carriera costellata di lavori di valore. Egli è l'emblema del vero artista e uomo di cultura che la potenza e l'onestà del proprio talento rende invincibile.
Susy Suarez 

22 | 25 ottobre ore 21.00

TeatroBasilica

DE RERUM NATURA

di Lucrezio

con Roberto Herlitzka

traduzione di Roberto Herlitzka

a cura di Antonio Calenda

sostenuto dal Gruppo della Creta






giovedì 15 ottobre 2020

IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO - Gabriele Lavia



Gabriele Lavia
è stato protagonista della serata evento tenutasi il 13 ottobre al Teatro Basilica nell'ambito della sezione “Frammenti”. La sezione propone una serie di spettacoli ed eventi speciali in attesa della nuova stagione che riprenderà a gennaio e che è stata “frammentata” purtroppo, dalla brusca interruzione causata dall'emergenza sanitaria.“Frammenti” apre la strada alla ripresa e al rilancio di un gioiello nel panorama degli spazi teatrali romani ed è prezioso il coraggio e la resistenza di chi continua a lavorare per non abbandonarli al declino. Ne è testimone il pubblico numeroso ed entusiasta che, collocato in sala seguendo le norme del distanziamento vigenti, ha potuto godere dell'incomparabile magia di quel rito collettivo che è il teatro. 
Lavia riporta in scena quel che è ormai uno dei suoi cavalli di battaglia, il monologo “Il Sogno Di Un Uomo Ridicolo” un racconto di Fëdor Dostoevskij scritto nel 1876 a cui il celebre interprete è sempre stato particolarmente legato, come egli stesso spiega nella breve introduzione con la quale si presenta al pubblico. Con modi semplici e destrutturati, evoca piccoli aneddoti sulla vita e la personalità dell'autore e filosofo russo, lasciando evincere anche un più stretto sentimento di comunanza d'animo con esso, per poi, con grazia e disinvoltura, entrare in parte. L'uomo ridicolo ci si palesa e ci guida attraverso la sua straordinaria esperienza. Nessun orpello scenico, nessun costume. La minimizzazione del tutto per parlare del tutto. 
Lavia si dona con prodigalità e il suo indubbio carisma e la proverbiale forte personalità, restano equilibratamente al servizio della narrazione, senza sovrastarla in alcun modo, anzi, sostenendo e valorizzando al massimo la parola di un autore che con la scrittura riusciva a radiografare l'anima dei suoi personaggi. Questa è la storia del cambio di rotta di un uomo privo di nome, di un “uomo ridicolo”, ma senza riso. Chi non si è sentito umiliato dalla vita a causa di se stesso? 
Lavia ci trascina in un lungo sogno dalle immagini vivide, passando da momenti di gotica cupezza quando narra della sua morte e della sua sepoltura, a momenti di gaiezza e utopica gioia nell'immaginarsi in un mondo di uomini puri e scevri da ogni corruzione d'animo. Una straordinaria analisi filosofica sotto forma di onirica avventura. L'uomo ridicolo ormai atterrito da quel che ritiene essere il più puro nichilismo, ordisce la fuga definitiva dal nulla e dall'ineluttabilità dell’indifferenza del mondo, ma l'incontro fortuito con una povera bambina lo porta a comprendere che la sua indifferenza era solo una protezione che non può impedirgli di provare sentimenti di pietà e vergogna. Mentre siede sulla poltrona di casa con la rivoltella con la quale medita di uccidersi, sente qualcosa incrinarsi nelle sue certezze e finisce per addormentarsi. Durante un viaggio fiabesco scopre la natura profonda dell’uomo, rinuncia al suicidio e si eleva a rivelatore della verità. Ma ben presto scoprirà che quella che ha ricevuto è una rivelazione amara, in un contesto sociale iperindividualista in cui nessuno è disposto ad ascoltarlo, viene considerato ridicolo, addirittura pazzo. 
Questa serata al Teatro Basilica, insieme a tutti i “Frammenti” che andranno in scena fino a dicembre, sono una boccata d'ossigeno verso un uovo slancio del fruire dell'arte e della cultura insieme. 
Lo stesso Gabriele Lavia sottolinea con queste parole: “Abbiamo sperimentato la segregazione dei corpi. L'essere umano deve toccarsi, ha bisogno del corpo, anzi è corpo. In teatro poi, è l'unica cosa che ci salva dal tradimento della parola" .

Susy Suarez


13 ottobre ore 21.00

TeatroBasilica 

GABRIELE LAVIA in

IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO 

di Fëdor Dostoevskij Dostoevskij 

diretto ed interpretato da Gabriele Lavia

lunedì 30 marzo 2020

" USARE LA QUARANTENA PER SFUGGIRE AL CONTAGIO DELLA FOLLE VERTIGINE COLLETTIVA DELLE ESIGENZE SOCIALI" SUSY SUAREZ - RIFLESSIONI DA UNA QUARANTENA


Tutti siamo vittime, me compresa, della coscienza collettiva ottusa e ignorante che ci offre una specie di lista della spesa a cui crediamo di doverci attenere per non esser esclusi: dobbiamo sposarci, avere figli, vivere in una bella casa, guidare una bella auto, indossare vestiti firmati, frequentare quel posto piuttosto che l’altro, e ci atteniamo alle idee dei più fino a sacrificare e poi totalmente dimenticare la nostra vera natura. Inseguiamo il gregge fino a smarrirci in esso e ci convinciamo di desiderare cose di cui non abbiamo alcun bisogno. Facciamoci domande, solo così possiamo imparare a muoverci criticamente nella realtà, perché le domande arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’arroganza dogmatica della massa. A metterci in crisi è il confronto continuo tra ciò che abbiamo, ciò che hanno gli altri, e ciò che manca per raggiungere lo standard di benessere in ascesa costante, complici i miti mediatici, viviamo in un costante contrasto tra necessità psicologiche e risorse pratiche e si crea questa ansia collettiva. Il rischio però è di non percepire i propri limiti.
Tutto questo inibisce il piacere e la gioia di vivere, perché il nostro tempo ci sollecita alla spasmodicità di desideri insaziabili, perché il nostro desiderio è insediato dall’affanno con cui cerchiamo il piacere, perché la nostra mente è perennemente proiettata da qualche parte rispetto alla realtà del presente. La vita ci passa accanto e non ce ne accorgiamo. Viviamo sfasati tra risentimenti e nostalgie del passato, preoccupazioni e fantasticherie sul futuro.
Il “senso d' appartenenza” è una gran fandonia non è vero che non si può vivere senza appartenere a qualcuno o a qualcosa, bisogna saper bastare a se stessi! Ciò non significa escludere il prossimo dalle proprie scelte. Il dialogo è indispensabile e importante, non si può pensare da soli perché la critica altrui è l’unico mezzo di verifica e controllo del nostro pensiero, ma non bisogna vivere la propria vita in funzione di nulla e di nessuno, altrimenti si consuma in essa tutta la propria energia e si respinge la serenità finché non la si avrà raggiunta, cioè mai.
Nasciamo nella fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami, ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia senza restarne prigionieri. A volte c’è chi inconsapevolmente se ne imprigiona solo per restare rannicchiato in un area protetta dove chiamiamo fedeltà e amore quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi davvero si è per il terrore di incontrare se stessi, con il rischio di non essere mai davvero nati.
Tradire se stessi significa inseguire modelli esterni che non ci appartengono. Osservarci dal di fuori invece di comprenderci dal di dentro.
Un approccio alla vita basato solo sul dovere e sul giudizio degli altri impedisce di scoprire cosa ci piace o ci piace davvero, le passioni e gli odi che ci animano nel profondo.
Smettiamola di pensare senza sosta a ciò che si è o non si è ottenuto, la vita così si consuma!
La mente serena non si adagia su idee fisse, non capta solo un accordo della grande sinfonia della vita ma si dispone a lasciare scorrere tutte le note. Spesso ci lamentiamo che le persone abbiamo il potere di farci del male, in realtà siamo noi che glielo permettiamo.
E’decisivo saper dare il giusto peso ai fatti negativi e positivi e riuscire a fare un bilancio equanime, perché spesso il senso della sconfitta ci impedisce di vedere e cogliere le cose costruttive che ci sono successe ed è facile così cadere in errori di prospettiva. Digerire il passato e aprirsi al futuro. Nel mio lavoro costante per imparare a trovare l’equilibrio e la parsimonia (sia nel modo in cui gestisco i miei beni materiali, sia nel modo in cui elargisco i miei sentimenti), quantunque appaia la tristezza cerco di viverla come una condizione in cui trovi spazio anche la gioia, la riflessione, la scoperta. La vita è bella e preziosa e la vera libertà non consiste nel abbandonarsi totalmente alle proprie passioni, ma nel saperle dominare razionalmente e goderne con intelligenza.
Susy Suarez in quarantena  

"Chi non può ragionare è un pazzo. Chi non vuole è un bigotto. Chi non si interessa è uno schiavo" 
ANDREW CARNEGIE

La nostra epoca è diventata talmente ovattata che cerca i curare con le medicine anche la coscienza, ma non riuscirà mai a guarirci dall’essere uomini. La saggezza non sta nell’astenersi dal sentire ma dal sentire tutto, così come viene. (Eric-Emmanuel Schmitt- Piccoli crimini coniugali) 

martedì 28 gennaio 2020

LE BRACI - Regia di Laura Angiulli


In scena al teatro Piccolo Eliseo dal 23 gennaio al 9 febbraio “Le braci” tratto dal celebre romanzo di Sàndor Màrai scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense.
Tutta la produzione di Màrai è stata riscoperta in modo tardivo, ripubblicata in francese, inglese, tedesco e italiano, ed è ora considerata parte dei capolavori della letteratura del ventesimo secolo. L'opera “Le braci” infatti, fu pubblicata nel 1943 ma apparsa in Italia solo nel 1998 e non ha mai smesso di incontrare il favore di migliaia di lettori, divenendo un classico della letteratura mitteleuropea, emblema di un mondo perduto.
Numerose le riproposizioni teatrali in giro per il mondo, persino operistiche. Il testo di per sé nella sua struttura potrebbe mostrarsi favorevole a un simile lavoro di adattamento, ma in realtà chi lo ha letto con attenzione capirà la difficoltà di questa operazione essendo quello di Marai oltre che uno stile asciutto e raffinato, anche adorno di descrizioni minuziose e digressioni interiori che non è facile rendere al di fuori della carta stampata.
Mettere in scena un testo così dialogico è operazione complessa. Fulvio Calise in questo caso lo riduce con accuratezza ad una pièce di sessanta minuti, restando fedele al testo e all'eleganza sintattica dell'autore, ritagliandone i passaggi più preziosi e rappresentativi, non indugiando sui preamboli e introducendo quasi immediatamente l'incontro fatidico tra i due protagonisti.
Konrad (Stefano Jotti) sapeva che un giorno sarebbe tornato a Vienna, e il generale Henrik (Renato Carpentieri) sapeva che un giorno sarebbe giunto quel momento. Solo questa consapevolezza ha mantenuto in vita entrambi per anni.
Márai nel suo testo riserva parole molto profonde e si dilunga non poco per descrivere il loro legame di un tempo. In questo caso lo si afferra man mano che il colloquio prende forma e che le dinamiche iniziano a dipanarsi.
La scena è ferma, scarna, quasi a sottolineare un mondo ormai spento. Sono i ricordi a farla da padrone, in una stanza in cui non si entra più da quarant'anni. Nel castello dell'aristocratico generale Henrik tutto è rimasto come prima. La pièce ha inizio proprio con l’ingresso perentorio di Henrik in quella stanza. E' tempo di riesumare le tre poltrone, sulle quali i due amici solevano trascorrere le loro giornate insieme, liberandole dai vecchi lenzuoli che le ricoprivano, quei giorni in cui l' amicizia e l'amore sembravano sacri, intaccabili. La scenografia è essenziale: una piccola scrivania in un lato, il caminetto sulla parete e le tre poltrone poste a triangolo, quel triangolo maledetto che ha avvelenato le loro vite.
Sullo sfondo il crollo dell’Impero Austro-Ungarico durante il quale si è consumata la fine di un’intera classe politica, economica e militare. Il testo di Márai osserva quel periodo dalla prospettiva di una forte amicizia, due mondi che si scontrano, l' aristocrazia e l’incalzante classe borghese.
Da una parte Henrik, le eleganti dimore e le battute di caccia, dall'altra Konrad, la modestia di una vita semplice e l'amore per la musica.
Henrik afferma di essersi sempre adattato allo stato di inferiorità sociale dell’amico, offrendogli al contempo la possibilità di condividere con lui le sue disponibilità, ma oltre a queste finisce per condividere, suo malgrado, anche l'amore di una donna ormai scomparsa, la cui presenza non ha mai spesso di imperare su di loro.
L'azione rende il senso di ineluttabilità. Ci troviamo di fronte a un incontro inesorabile tra due sopravvissuti al loro tempo e tenacemente rimasti vivi, resistendo stoicamente in una bolla d’attesa.
Renato Carpentieri è un caposaldo del teatro italiano e anche il cinema tardivamente riconosce la sua grandezza nel 2018 attribuendogli un David di Donatello per l' interpretazione nel film “La tenerezza” di Gianni Amelio.
Il suo generale Henrik parla e si muove con fredda lucidità attraverso la quale striscia una rabbia mai sopita. Il Konrad di Jotti appare un uomo piegato dall'amarezza, contrito e affaticato.
“Le braci” è un teatro di parola in cui la regia di Laura Angiulli, misurata e pertinente, viene ottimizzata dal disegno luci ben configurato di Stefano Accetta che esalta i momenti più salienti.
E' Henrik per lo più a parlare, l'amico lo ascolta e cerca di raccontare le sue verità, ma nulla svela, nemmeno quando il generale giunge a formulare la fatidica domanda che da quarant'anni gli rimbomba nel cuore.
La stanza diventa una gabbia entro la quale si annusano e si scrutano come due leoni, per poi riprendere posto sulle loro vecchie poltrone. Henrik lancia il suo attacco, Konrad incassa ma non cede.
Ora davanti al fuoco simbolico del caminetto, nel quale in un atto estremo Henrik brucia il diario della sua amata, l’animo umano troverà pace solo quando la brace diventerà cenere.
Non ci saranno vincitori né vinti in questa parabola del rancore e dei rimpianti, e la fine porterà solo alla consapevolezza che “la verità” ormai non ha più alcun senso.

Susy Suarez 

 LE BRACI 

di Sándor Márai
Con Renato Carpentieri e Stefano Jotti
Adattamento: Fulvio Calise 
Regia: Laura Angiulli 
Aiuto regia: Serena Sansoni