lunedì 7 febbraio 2022

THE SPANK - Regia di Filippo Dini


In scena dal 2 al 13 febbraio al Teatro Parioli di Roma “The Spank” ultima inedita opera di Hanif Kureishi, drammaturgo, romanziere e sceneggiatore anglopakistano. “The Spank” debutta per la prima volta in Italia in prima assoluta al Teatro Carignano di Torino l’11 maggio 2021 prodotto dal Teatro Stabile di Torino. 
A tradurlo per il pubblico italiano sono stati Monica Capuani e Filippo Dini. Dal 2 Febbraio “The Spank” approda a Roma al Teatro Parioli. Una storia che pone molti interrogativi su quanto a volte la vita che viviamo non sia ciò che vorremmo che fosse e di quanto spesso si decida coscientemente o meno di ignorarlo, accontentarsi, andare avanti. E' il racconto di un'amicizia e della lotta tra istinto e ragione, una critica all'istituzione matrimoniale e familiare e alla cultura borghese. D'altronde in tutte le sue opere Kureishi sviluppa riflessioni profonde sui rapporti umani di varia natura costruendo plot che suggeriscono un punto di vista mai scontato. Vargas (Filippo Dini) nella vita è farmacista mentre Sonny (Valerio Binasco) è un dentista. Entrambi vivono a Londra e sono sposati con figli. Vite apparentemente ordinarie nate dalla scelta dei genitori di emigrare all’estero e di costruire una nuova vita lontani dalle loro radici. “The Spank” è il nome del pub in cui si incontrano ormai da anni per scambiare due chiacchiere davanti a un boccale di birra. La loro è un'amicizia fatta di complicità, confidenze, di spazi misurati sul terreno comune di esperienze condivise, un rapporto solido che finisce col coinvolgere e legare anche i componenti delle rispettive famiglie, fino a che una serie di vicende mineranno le sicurezze costruite nel corso di una vita. Kureishi ha affidato la prima mondiale di “The Spank” ad una compagnia italiana, ma la genesi della sua messa in scena è stata peculiare rispetto al modus operandi convenzionale che vige nelle produzioni teatrali italiane. Sin dall'inizio si è creata una stretta collaborazione tra autore e regista i quali, passo dopo passo, affidandosi l'uno all'altro, hanno plasmato il testo in funzione della messa in scena. Il confronto tra Dini e Kureishi si è trasformato in un dialogo fecondo che ha anche apportato varie modifiche al copione ma sempre in profonda sintonia. Non è usuale che due artisti, soprattutto di un certo calibro, riescano a dialogare in modo sano e produttivo lì dove l'ego creativo non è facile da tenere a bada. Ciò dimostra la loro sensibilità. Lo stesso Dini afferma che il lavoro del regista è quello di essere invaso, permeato dall'opera che deve dirigere, e quello dell'autore è cercare di dare al regista tutti gli strumenti perché il suo testo possa essere compreso e quindi restituito al pubblico. Inoltre per la prima volta Dini si trova a dirigere un altro fuoriclasse del palcoscenico come Valerio Binasco e ad esserne al contempo compagno di scena. Si avverte chiaramente, dall'equilibrio e la coerenza che pervade la pièce, che tra tutti gli artisti che vi hanno lavorato c'è stato un confronto paritario e sereno. L'ininterrotta organicità tra movimenti e parola a cui assistiamo è chiaramente frutto di uno studio profondo del testo e delle dinamiche emotive dei personaggi, caratterizzati con raffinatezza e intensità. I due amici sono molto affezionati l'uno all'altro pur nella loro diversità. Vargas è il più composto e compassato, agganciato al ruolo di marito e padre, fino all'ultimo saldo al timone della sua vita borghese. Sonny è un irrequieto, perennemente in movimento, non riesce mai a stare seduto troppo a lungo sulla stessa sedia, si rigira su se stesso, mangia e beve convulsamente come percorso da un'energia che vuole liberarsi da una condizione che ormai lo sta soffocando. Nel suo goffo tentativo di seguire i propri istinti e i propri desideri, viene travolto da una tempesta che finirà ineluttabilmente con lo scuotere anche le placide acque della vita familiare di Vargas, il quale però, resterà ancorato al suo focolare e ai suoi principi corroso dai dubbi. Scopriamo in entrambi un legame a due figure di mogli molto forti, sottilmente dispotiche, ma Vargas anche rispetto a ciò resta il più pavido e acquiescente dei due. Sonny invece ormai non riesce più ad accettare la finzione. Progressivamente le dinamiche dei rapporti familiari e amicali degenerano in un vortice di sentimenti traditi, crisi adolescenziali, voglia di evadere e nello stesso tempo tornare al guscio protetto e caldo dell'istituzione familiare. Il personaggio di Sonny diviene sempre più tormentato, sbandato, sciatto e inguaribile. In un' ora e quaranta circa di spettacolo nulla suona artefatto o poco chiaro. Ogni gesto, frase, movimento, ha il suo senso e suscita curiosità e attenzione man mano che la storia si dipana. La storia inizia dalla fine. Vargas ci appare nel “loro” pub ormai dismesso, mura e suppellettili ricoperti da teli bianchi. L'uomo, sulla scia della nostalgia che gli suscita essere rientrato dopo tanti anni in quel luogo, decide di raccontarci la storia di Vargas e Sonny, un'amicizia forse mai realmente finita. Così pian piano i teli si alzano e il pub con la sua tipica atmosfera britannica riemerge dal passato. Il palco, costruito in pendenza, concorre a dare alla scena una pronunciata profondità e tridimensionalità quasi a ricordare lo schermo cinematografico. Efficace il disegno luci di Pasquale Mari che scandisce lo scorrere e il fermarsi del tempo. L'onestà con la quale Filippo Dini e Valerio Binasco vivono i loro personaggi non può che trascinare il pubblico nella marea di emozioni, immagini e visioni di cui il testo ribolle. Sonny nella sua “rovina” vince, diventa “l'Eroe”, e come tutti gli eroi parte, si mette in viaggio. Chissà se tornerà mai alla sua Itaca.

Susy Suarez 

The Spank

di Hanif Kureishi

traduzione Monica Capuani

regia Filippo Dini

con Filippo Dini, Valerio Binasco

scene Laura Benzi

costumi Katarina Vukcevic

luci Pasquale Mari

musiche Aleph Viola

aiuto regia Carlo Orlando

assistente regia Giulia Odetto

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Per gentile concessione di The Agency (London)

Durata dello spettacolo: 1 h e 40 minuti





giovedì 27 gennaio 2022

E NON RIMASE NESSUNO - Regia di Anna Masullo


Al Teatro Sala Umberto approda “E non rimase nessuno” spettacolo tratto dal romanzo più letto e amato di Aghata Christie “Dieci piccoli indiani” scritto nel 1939. 
Tanti sono stati gli adattamenti per il teatro (il primo curato dalla stessa Christie), il cinema e la televisione (come il film del 1945 per la regia di René Clair). Una storia appassionante e ricca di tensione che vede in scena un nutrito cast tra cui due grandi nomi del teatro italiano come Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini. Tutta l'azione si svolge in un unico ambiente, il salone dell'elegante casa dei Signori Owen, sulla sperduta isola di Indian Island. L'arredo riprende fedelmente lo stile tipico dell'alta borghesia britannica degli anni 30'e 40' (le scene sono di Fabiana di Marco), un mondo popolato da aristocratici, generali, ufficiali e gran dame. I dieci personaggi sono stati attirati in questo luogo apparentemente elegante e ameno, ciascuno con un invito mirato inviatogli direttamente dai Signori Owen. In realtà nessuno di loro li ha mai realmente né visti né conosciuti. Al centro troneggia il grande camino sul quale è scritta la filastrocca dei “Dieci piccoli soldati” che si scoprirà essere la profezia della loro condanna. Le statuette di dieci soldati poste sulla mensola, scompariranno una ad una inspiegabilmente col susseguirsi degli omicidi. Una voce inumana e penetrante li accuserà di essere tutti assassini. Tutto fa perno sul senso di colpa di ogni personaggio, ognuno con un ingombrante scheletro nell'armadio, soffocati dalla lunga ombra del passato che incombe sulle loro anime. Due ore e più di spettacolo con un primo atto inevitabilmente più lento dedicato alla necessaria presentazione dei personaggi, e un secondo atto scandito dal susseguirsi dei misteriosi omicidi. Con il crescere della tensione comincia anche un’introspezione più profonda nell’animo dei personaggi e si viene a costruire un enigma apparentemente irrisolvibile. Ognuno di loro sarà chiamato a rispondere di crimini commessi e apparentemente rimasti impuniti, e l'isola si rivelerà una trappola letale sulla quale non rimarrà nessuno. Man mano che le morti si susseguono i personaggi iniziano a guardarsi con crescente sospetto fino all’epilogo finale che svela un piano geniale nella sua follia, perfettamente orchestrato, nel quale il concetto di “giustizia” è spinto al parossismo. Indubbia la qualità degli interpreti e dell'impianto, nonostante il testo resti ingabbiato nello schema ormai vetusto di un tipico teatro “di maniera”, lì dove invece si avverte più che mai nel teatro l'esigenza di una ritrovata freschezza, anche e soprattutto quando si desidera approcciare a testi più classici. Ogni soggetto ha una caratterizzazione molto decisa, qualora a volte eccessiva. Il più asciutto ed efficace risulta Rigillo, il quale “dirige l'orchestra” con indiscutibile eleganza.

Susy Suarez


E NON RIMASE NESSUNO

di Agatha Christie
traduzione di Edoardo Erba
con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini
con Massimo Reale, Linda Manganelli, Mario Scaletta, Ruben Rigillo,
Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano, Francesco Maccarinelli, Giuditta Cambieri 
regia Anna Masullo
scene Fabiana di Marco
musiche Alessandro Molinari
disegno luci Marco Catalucci
costumi Susanna Proietti



lunedì 20 dicembre 2021

DIS-ORDER - Regia di Marcello Cotugno


“Disorder”
due atti unici di Neil LaBute in scena al Teatro Lo Spazio dal 16 al 19 dicembre per la regia di Marcello Cotugno, entrambi interpretati da Benedicta Boccoli e Claudio Botosso.  

Cotugno, grande estimatore dell'autore statunitense, negli anni ha diretto numerosi suoi testi teatrali, tanto da curarne persino un'antologia nel 2014 edita da Editoria & Spettacolo che racchiude alcuni dei suoi lavori più significativi. 

Labute è uno dei più discussi e controversi drammaturghi della sua generazione. Autore contemporaneo dal linguaggio moderno, le sue storie sono spesso incentrate sui legami emotivi, il rapporto tra i sessi, mettendo in scena personaggi al servizio di temi attuali, le cui vicende finiscono quasi sempre con l'avere un risvolto spiazzante e paradossale, talvolta molto crudo.   

Labute affresca personaggi coi quali è facile l’identificazione, perlopiù appartenenti a una middle class abbastanza tipica delle società urbana del mondo occidentale. Il suo teatro si avvale di un linguaggio quotidiano, spesso brutale e pungente, e il ritmo dei dialoghi è cruciale. Proprio per questo motivo non è per niente facile riuscire a metterli in scena restituendo quella verità che necessitano per ingaggiare lo spettatore in un processo di reale identificazione. 

Il suo linguaggio, dal taglio cinematografico, non può indulgere in cliché o  inciampi manieristici dei suoi interpreti. 

Questo è il caso di “Disorder”. In entrambi gli atti unici si può godere di una intensa Benedicta Boccoli che mette sé stessa  al servizio del testo e del personaggio riuscendo ad essere credibile e convincente. L'interpretazione di Claudio Bosso, più asciutta e interiore, lascia supporre una scelta di direzione attoriale atta a creare la giusta contrapposizione tra la figura femminile e quella maschile che nelle opere di Labute appare spesso la più odiosa, cinica e insensibile. 

La struttura del Teatro Lo Spazio è estremamente duttile, e permette di poter utilizzare molteplici aree performative. Nel caso del primo atto “Land of the Dead”, l'azione si svolge interamente su uno dei due palchi, e vede i due protagonisti affiancati ma distanti. Ciascuno solo nella sua bolla senza mai rapporto né fisico né visivo. Solo un cellulare si rivelerà il loro ultimo strumento di contatto.  

Nel secondo atto “Helter Skelter”, invece, Cotugno utilizza come elemento scenografico la zona bar del teatro dando vita ad un'azione estremamente verosimile che trasmette agli spettatori la sensazione di essere davvero in un locale ad osservare, come spesso può accadere, la conversazione di una coppia al termine di un' allegra giornata di shopping. Conversazione che via via degenererà in un diverbio dalle tinte squallide e sinistre. 

I due atti sono accomunati dalla tematica della maternità e della paternità proposta da due prospettive differenti: nel primo la gravidanza e la sua accettazione, nel secondo, tutto ruota intorno alla menzogna e al tradimento che trasforma la donna gravida in una moderna Medea. 

Alla fine entrambi si ritroveranno ad essere vittime e carnefici al tempo stesso. 

In questo spettacolo ci viene offerta una riflessione sulla liquidità delle esistenze e dei legami, stimolando una condivisione profonda delle emozioni.

Susy Suarez 


Disorder 

due atti unici di Neil LaBute 

traduzione di Marcello Cotugno e Gianluca Ficca 

con Benedicta Boccoli Claudio Botosso 

regia di Marcello Cotugno aiuto regia Arianna Cremona

giovedì 25 novembre 2021

LA ROTTAMAZIONE DI UN ITALIANO PERBENE - di Carlo Buccirosso


 


Carlo Buccirosso per la prima volta calca il palco del Teatro Quirino con la sua compagnia nella commedia “La rottamazione di un italiano perbene” da lui scritta e diretta, in scena dal 23 novembre al 5 dicembre. Il protagonista Alberto Pisapia (Carlo Buccirosso) si sente perseguitato non solo economicamente dallo stato che continua a inviargli cartelle esattoriali, ma anche dalla suocera (Tilde De Spirito), la quale essendo funzionario dell'Agenzia delle Entrate, diventa il capro espiatorio sul quale riversare il suo odio omicida, nonché dal cognato e la moglie (Peppe Miale e Donatella De Felice), di cui teme le trame e il tradimento. Alberto vuole combattere, non si arrende di fronte chi gli consiglia di “rottamare” i suoi debiti con il fisco. Piuttosto che darla vinta allo stato preferisce rottamare sé stesso tentando il suicidio con i barbiturici. Dietro le sue paranoie e il suo livore si nascondono non solo la paura di perdere il denaro e l'attività di ristorazione costruita in anni di lavoro, ma anche di perdere l'amore della sua amata moglie e dei figli, che in questo suo delirio gli restano accanto e lo assecondano tentando di farlo ragionare. Il ritmo incalza dalla camera da letto del presunto moribondo del primo atto alle cucine del ristorante “Il picchio rosso” del secondo. E' proprio il ristorante l'attività alla quale lui e la sua famiglia hanno dedicato la vita, messo in pericolo dalle cartelle esattoriali che arrivano regolarmente per tramite di un “minuto” postino (Davide Marotta), il quale non sarà risparmiato dalle ire violente del protagonista. I due ambienti sono ricostruiti da scenografie importanti che riprendono, così come i costumi, lo stile dei primi novecento, nonostante il testo sia costellato di battute che richiamano a fatti e fenomeni di attualità, cosa che potrebbe sembrare un'incoerenza se solo non si tenesse conto del tono marcatamente farsesco di tutta la commedia. Buccirosso padroneggia le forme della tradizione drammaturgica napoletana attualizzandola a suo modo tra paradossi, giochi di parole, gag quasi a getto continuo, che affrontano le più ampie tematiche. “La rottamazione di un italiano perbene” potrebbe definirsi una commedia “onirico/farsesca” che alla fine non ha presunzione di di darci alcuna ieratica morale, scagliare moniti o moralismi, ma solo donare sana e acuta leggerezza. Alle ripetute doglianze di Alberto, il quale si lamenta di essere stato privato di ogni suo bene economico, l'amorevole figlia Viola (Elvira Zingone) gli ricorda che in verità possiede ancora l'affetto della sua famiglia, e “la famiglia non può togliertela nessuno”. Sarà proprio l'amore dei cari infatti a rabbonire il suo odio, perché alla fine Alberto è pur sempre un italiano perbene.

Susy Suarez


domenica 11 luglio 2021

L'ANALCOLICO BIONDO NON SOCIALMENTE ACCETTABILE


Vi racconto la storia di una ragazza bionda che nella sua vita non ha mai lesinato, sopratutto da pischella, il consumo di alcool e superalcolici, per fortuna senza mai esagerare, ma come da manuale, la sudditanza alla pressione della vita aggregativa di adolescente, la portava a seguire determinate norme di comportamento, tra cui appunto, bere, bere, bere.
Col tempo, crescendo, perde interesse e piacere nel consumo reiterato di bevande alcoliche, tanto che dopo un po' di anni di completa astensione, si ritrova a diventare quasi del tutto astemia, cosa che scopre essere ai giorni nostri un grosso drammatico problema.
Se fai una vita raccolta e ritirata te la scampi, ma se poco poco conduci una vita sociale che comporta uscire con amici e frequentare locali, concerti, cene e apericene, dovrai rassegnarti a incassare i migliori sguardi di sconcerto e disapprovazione al momento in cui, ordinando da bere, tutti invocheranno i loro cockteils preferiti, le loro birre, gli shottini, i prosecchini, gli spriz!
E tu: “Per me un succo di frutta”....Il silenzio calerà sulla tavolata. Sulle prime, sguardi di preoccupazione: “Cos'hai? Stai male?”
“No, non mi va di bere alcool”
Seguiranno sguardi interdetti, occhi al cielo, sorrisetti di sberleffo. In una tavolata così alcolicamente cool, così trendy, così à la page, quel succo di frutta è così poco....socialmente accettabile! E poi come brindiamo adesso? Con i cockteils e il succo di frutta? Non è ridicolo?
E ancora sguardi vagamente irrisori che si comunicano tra loro “Mamma che noia questa”.
La ragazza di questa storia non smetterà mai di preferire il succo di frutta allo spritz perché da tempo prova, nonostante tutte le difficoltà e per quanto possibile, ad avviare dentro di sé processi di decondizionamento sociale e di concreta esperienza di libertà individuale.
Per il resto regà, ve ne potete pure annà a fan....

lunedì 26 ottobre 2020

DE RERUM NATURA - di Roberto Herlitzka - a cura di Antonio Calenda


Dal
22 al 25 ottobre al Teatro Basilica, Roberto Herlitzka porta in scena il “suo” “De rerum natura”, performance curata da Antonio Calenda e sostenuta dal Gruppo della Creta. I più sapranno che il “De rerum natura”, anche solo scavando tra le memorie scolastiche, è un poema epico-filosofico di Tito Lucrezio Caro, poeta e filosofo romano del I secolo a.c., poema che Roberto Herlitzka ha deciso di fare “suo” realizzando una personale traduzione del testo in versi e terzine dantesche. Ciò perché Herlitzka, oltre ad essere uno degli interpreti più potenti e duttili del nostro tempo, è anche un uomo di profonda cultura che ha nutrito da sempre una grande passione per la poesia e in particolare per l'opera di Dante. Ed ecco nascere la decisione di tradurre per diletto, durante le pause tra un lavoro e un altro, il testo di Lucrezio, proprio nel linguaggio del sommo poeta, e forse nemmeno lui poteva prevedere in corso d'opera, che ne sarebbe venuto fuori un componimento di inedita raffinatezza ed eleganza. Herlizka entra in scena con la difficoltà dovuta alla sua ormai fragile costituzione. Aiutandosi con una stampella e appoggiandosi al braccio di un'assistente, dal proscenio giunge a posizionarsi sulla sedia al centro del palco. Davanti a sé un microfono e un leggio. L'impianto è tutto qui, semplice e pulito. A preludio si diffonde un pezzo di musica classica, le luci si abbassano e un gioco di ombre incide i suoi tratti così unici, scolpendo quella inconfondibile maschera mutevole e penetrante che lo ha sempre caratterizzato e nella quale oggi si dipinge la tempra che non cede al passo del tempo. Ciò si avvalora non appena proferisce il primo verso e il “reading” ha inizio. Sorprende proprio questa dicotomia così lampante tra la fragilità del corpo vissuto di un uomo di ottantatré anni e la potenza limpida e intatta del suo sacro fuoco, inattaccabile dal tempo e dagli affanni fisici. Un attimo prima vediamo entrare in scena un uomo gracile dal fare claudicante e incerto, e un momento dopo ci troviamo dinnanzi un gigante che come un sapiente direttore d'orchestra, con l'uso discreto del movimento delle mani e le mutazioni della mimica, accompagna l'armonia e il ritmo dei versi che inebriano proprio come motivi musicali. In questo poema Tito Lucrezio Caro si fa portavoce delle teorie epicuree riguardo la realtà della natura e al ruolo dell'uomo nell'universo. Analizza il movimento degli atomi da cui hanno origine i fenomeni naturali, la struttura delle cose, ma viene narrato anche l’eros con inusuale ironia. Tecnicamente questo spettacolo potrebbe essere definito un “reading”, ma in questo caso tale definizione sarebbe inesatta e mortificante rispetto alla reale essenza della performance. Mai per un attimo si percepisce “l'esercizio del leggere” o l'esecuzione di quella “lettura interpretata” che si avverte inevitabilmente in qualsivoglia reading teatrale. Non c'è mai alcuna meccanica o retorica ma solo un'organicità salda e uniforme in quasi un'ora di versi incessanti. Nonostante il lessico spesso ostico, non incline ad essere compreso, è proprio la precisione dell'armonia vocale, vibrante di verità, che porta a restare sempre in ascolto e non perdere il senso di ciò che viene trattato. Ne è testimone una platea muta per l’incanto, e gli scroscianti applausi finali che Herlizka accoglie con commozione. Herlizka non è un semplice attore ma un atleta del cuore, e la reverenza che gli si tributa non è banalmente legata solo alla sua età e alla lunga carriera costellata di lavori di valore. Egli è l'emblema del vero artista e uomo di cultura che la potenza e l'onestà del proprio talento rende invincibile.
Susy Suarez 

22 | 25 ottobre ore 21.00

TeatroBasilica

DE RERUM NATURA

di Lucrezio

con Roberto Herlitzka

traduzione di Roberto Herlitzka

a cura di Antonio Calenda

sostenuto dal Gruppo della Creta






giovedì 15 ottobre 2020

IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO - Gabriele Lavia



Gabriele Lavia
è stato protagonista della serata evento tenutasi il 13 ottobre al Teatro Basilica nell'ambito della sezione “Frammenti”. La sezione propone una serie di spettacoli ed eventi speciali in attesa della nuova stagione che riprenderà a gennaio e che è stata “frammentata” purtroppo, dalla brusca interruzione causata dall'emergenza sanitaria.“Frammenti” apre la strada alla ripresa e al rilancio di un gioiello nel panorama degli spazi teatrali romani ed è prezioso il coraggio e la resistenza di chi continua a lavorare per non abbandonarli al declino. Ne è testimone il pubblico numeroso ed entusiasta che, collocato in sala seguendo le norme del distanziamento vigenti, ha potuto godere dell'incomparabile magia di quel rito collettivo che è il teatro. 
Lavia riporta in scena quel che è ormai uno dei suoi cavalli di battaglia, il monologo “Il Sogno Di Un Uomo Ridicolo” un racconto di Fëdor Dostoevskij scritto nel 1876 a cui il celebre interprete è sempre stato particolarmente legato, come egli stesso spiega nella breve introduzione con la quale si presenta al pubblico. Con modi semplici e destrutturati, evoca piccoli aneddoti sulla vita e la personalità dell'autore e filosofo russo, lasciando evincere anche un più stretto sentimento di comunanza d'animo con esso, per poi, con grazia e disinvoltura, entrare in parte. L'uomo ridicolo ci si palesa e ci guida attraverso la sua straordinaria esperienza. Nessun orpello scenico, nessun costume. La minimizzazione del tutto per parlare del tutto. 
Lavia si dona con prodigalità e il suo indubbio carisma e la proverbiale forte personalità, restano equilibratamente al servizio della narrazione, senza sovrastarla in alcun modo, anzi, sostenendo e valorizzando al massimo la parola di un autore che con la scrittura riusciva a radiografare l'anima dei suoi personaggi. Questa è la storia del cambio di rotta di un uomo privo di nome, di un “uomo ridicolo”, ma senza riso. Chi non si è sentito umiliato dalla vita a causa di se stesso? 
Lavia ci trascina in un lungo sogno dalle immagini vivide, passando da momenti di gotica cupezza quando narra della sua morte e della sua sepoltura, a momenti di gaiezza e utopica gioia nell'immaginarsi in un mondo di uomini puri e scevri da ogni corruzione d'animo. Una straordinaria analisi filosofica sotto forma di onirica avventura. L'uomo ridicolo ormai atterrito da quel che ritiene essere il più puro nichilismo, ordisce la fuga definitiva dal nulla e dall'ineluttabilità dell’indifferenza del mondo, ma l'incontro fortuito con una povera bambina lo porta a comprendere che la sua indifferenza era solo una protezione che non può impedirgli di provare sentimenti di pietà e vergogna. Mentre siede sulla poltrona di casa con la rivoltella con la quale medita di uccidersi, sente qualcosa incrinarsi nelle sue certezze e finisce per addormentarsi. Durante un viaggio fiabesco scopre la natura profonda dell’uomo, rinuncia al suicidio e si eleva a rivelatore della verità. Ma ben presto scoprirà che quella che ha ricevuto è una rivelazione amara, in un contesto sociale iperindividualista in cui nessuno è disposto ad ascoltarlo, viene considerato ridicolo, addirittura pazzo. 
Questa serata al Teatro Basilica, insieme a tutti i “Frammenti” che andranno in scena fino a dicembre, sono una boccata d'ossigeno verso un uovo slancio del fruire dell'arte e della cultura insieme. 
Lo stesso Gabriele Lavia sottolinea con queste parole: “Abbiamo sperimentato la segregazione dei corpi. L'essere umano deve toccarsi, ha bisogno del corpo, anzi è corpo. In teatro poi, è l'unica cosa che ci salva dal tradimento della parola" .

Susy Suarez


13 ottobre ore 21.00

TeatroBasilica 

GABRIELE LAVIA in

IL SOGNO DI UN UOMO RIDICOLO 

di Fëdor Dostoevskij Dostoevskij 

diretto ed interpretato da Gabriele Lavia