venerdì 7 ottobre 2022

CASSANDRA RESURREXIT - Regia di Jan Fabre


In scena dal 4 al 9 ottobre al Teatro Vascello "Cassandra Resurrexit"  
spettacolo in cui la simbologia classica si fonde con il contemporaneo grazie alla visone dell’artista Jan Fabre che ne firma la regia. La drammaturgia di Ruggiero Cappuccio fa risorgere la forza simbolica di un personaggio mitologico che mai come in tempi di crisi e calamità imminenti sprigiona tutta la sua intensità. La sacerdotessa Cassandra (Sonia Bergamasco) appare sulla scena vestita di nero, rigida, cinta da un ampia gonna, il volto coperto da un velo. La scenografia è essenziale, quasi scarna se non fosse per statuette di legno a forma di serpenti di varie dimensioni posizionate tutt’intorno, forse a richiamare la leggenda che vede Cassandra insignita dei suoi poteri profetici dai serpenti sacri nel tempio di Apollo. Cassandra nella mitologia greca è la profetessa di sciagure a cui nessuno crede, condannata ad essere infelice e inascoltata. Alla vigilia della sciagura che la nostra epoca ci prospetta, il suo corpo smembrato si ricompone per tornare in vita, riemerge dalla terra ormai contaminata e offesa dall’azione dell’uomo e con la gola ancora strozzata dal fango, chiede di essere ascoltata. 
Fabre divide i tempi della narrazione in cinque capitoli scanditi dall’angosciante ticchettio di un orologio. Le luci e i colori mutano e Cassandra si cambia d’abito in scena facendoseli scivolare addosso uno dopo l’altro come la pelle di un serpente. Prima nero, poi rosso, poi verde, poi blu e infine bianco. Cinque colori, cinque elementi della terra vituperata in nome del progresso (i meravigliosi costumi sono di Nika Campisi). E’ questa la chiave di lettura dominante del testo, cupo e apocalittico, in cui la sacerdotessa, attraverso quella che risuona come una lunga litania, implacabile vaticina l’autodistruzione dell’umanità. L’impatto d’insieme è indubbiamente di grande suggestione. Jan Fabre è d’altronde un artista sempre teso ad oltrepassare le barriere espressive e riesce a catapultare il pubblico in una dimensione onirica e surreale in cui rende visibile la catastrofe ecologica attraverso la fusione di suoni e immagini (musiche di Stef Kamil Carlens e effetti sonori di Christian Monheim). Sul fondale la proiezione senza sosta di un video in cui si intravede Cassandra muoversi nella nebbia, che con un’ascia tra le mani, quasi come in una danza eterna, cerca di tagliare il fumo in una battaglia tragica ed inutile.  Più che una pièce quasi un’opera d’arte contemporanea nella quale però la forza del messaggio viene depotenziata da un’estetica indubbiamente intensa ed elegante ma che in questo caso risulta ostica e sabotante. Anche le indiscutibili potenzialità interpretative ed espressive di Sonia Bergamasco restano ingabbiate in uno schema stilistico che la vede adoperarsi in una lunga litania senza un coerente cambio o crescendo di tensione. Il lungimirante e intenso testo di Cappuccio, di per sé intriso di un organico aulicismo classico, tra prosa e lirica, finisce nelle maglie di una sofisticata prosopopea radical chic, e nel suo valore estetico l’emozione si smarrisce, e Cassandra rischia di rimanere inascoltata, anche questa volta. 

Susy Suarez


RESURREXIT CASSANDRA – TEATRO VASCELLO: INFO ORARI E COSTI

Dal 4 al 9 ottobre
da martedì a venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17
Resurrexit Cassandra
Ideazione, regia, scenografia, video Jan Fabre
Testo Ruggero Cappuccio
Con Sonia Bergamasco
Ruggero Cappuccio dà voce al prologo
Musiche originali Stef Kamil Carlens
Effetti sonori Christian Monheim
Disegno luci Jan Fabre
Costumi Nika Campisi
Assistente alla regia e drammaturgia Miet Martens
Direzione tecnica Marciano Rizzo
Fonico Marcello Abucci
Direzione di produzione Gaia Silvestrini
sarto durante le prove a Troubleyn/ Jan Fabre, Anversa Mario Leko
Costumi realizzati da Officina Farani
Foto Hanna Auer, Marco Ghidelli
Film
direttore della fotografia Rutger- Jan Cleiren
cameraman Kasper Mols, Charles Pacqué
aiuto regista Alma Auer
tecnico luci Duncan Kuijpers
assistente di produzione Annemiek Totté
Produzione
Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival –
Campania Teatro Festival, Troubleyn/ Jan Fabre,
Carnezzeria srls, TPE Fondazione Teatro Piemonte Europa
Durata: 70 minuti


lunedì 26 settembre 2022

IL COLLOQUIO - The assessment - Regia Marco Grossi


In scena al Teatro Vittoria di Roma dal 20 al 25 settembre, “Il Colloquio- The Assessment” è uno spettacolo prodotto dalla Compagnia Malalingua, fondata nel 2014 da Marianna de Pinto e Marco Grossi, attori e drammaturghi diplomati all’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico e vincitore del Bando SIAE Nuove Opere “PER CHI CREA” 2019. I protagonisti sono sei candidati chiamati a sostenere un colloquio di gruppo nella sede di una grande compagnia, colloquio che loro malgrado si tramuterà in un'esperienza sconcertante. Il loro “Recluter” (Alessandro Anglani), baldanzoso e pieno di sé, inizia a rivolgere ai candidati le domande di rito e a sottoporli ai test attitudinali che, sulla base di dubbie teorie psicologiche e studi sociologici, dovrebbero aiutare l'esaminatore a individuare i soggetti più “performanti”, con maggiore attitudine alla leadership e all'efficienza produttiva. Il più delle volte sono esperienze umilianti e ridicole, così come tutti gli inglesismi, tecnicismi, acronimi e abbreviazioni di cui ci si sente obbligati a riempirsi la bocca per apparire più “smart” e al passo con i tempi, vezzo di cui nella pièce si fa ampiamente ironia. Nel bel mezzo del colloquio un episodio inimmaginabile creerà lo scompiglio, e nella confusione emotiva da esso creata, tutti gli aspiranti impiegati troveranno la forza di far calare una ad una le proprie maschere trascinando il pubblico nel vortice di un'euforica tragicommedia. Dalla penna di Marco Grossi scaturisce un testo scritto con acume, dai dialoghi serrati e dai personaggi dipinti con perizia. Ognuno a suo modo è emblema della fragilità e delle insicurezze determinate dai meccanismi di performance, efficienza produttiva e competitività, ormai sempre più aggressivi che impongono alterazioni emotive e comportamentali venefiche per l'anima. In un mondo in cui non ci si sente mai abbastanza all'altezza, anche il “top manager” (Augusto Masiello), figura di cui tutti hanno soggezione per il suo potere economico ma sopratutto politico, sentenzia con fare paternalistico ai giovani candidati che “il vero vincitore è colui che è più bravo di tutti a nascondere la propria inadeguatezza”. Il potere del “megadirettore galattico” però, verrà minato da un''improvvisa e sconclusionata rivolta che si rivelerà catartica e salvifica per ognuno di loro. 

Regia ottima dello stesso autore Marco Grossi, soprattutto in relazione alla direzione attori, i quali sono tutti di indubbio talento ed esperienza, sempre in ascolto l'uno dell'altro. Si denota un lavoro sui singoli personaggi maturo e consapevole, in un impianto registico privo di inutili manierismi scenici e in cui non si ha paura di dare anche le spalle al pubblico. Ogni movimento risulta organico e in funzione del testo, ed è proprio la fluidità del reale che porta il pubblico ad agganciarsi senza fatica alla verità di ciò che accade, nonostante il susseguirsi di situazioni grottesche e paradossali. Molte le tematiche toccate con arguzia attraverso la costruzione dei singoli personaggi: il desiderio di maternità di una donna che avrebbe anche voglia di realizzarsi professionalmente (Valentina Gadaleta), l’intellettualoide disincantato e ironico (Fabrizio Lombardo), la disabile genio della matematica sempre assertiva e gioiosa (Alessandra Mortelliti), l'imbranato “figlio di mamma famosa e danarosa” eterno raccomandato (Giuseppe Scoditti), il veterano che dopo aver perso tutto, è costretto a rimettersi in gioco sottoponendosi a colloqui insieme a giovani neo laureati (Marco Grossi), il saccente e petulante continuamente smanioso di dimostrare le sue sedicenti capacità intuitive (William Volpicella). Né moralismi né retoriche, solo la disamina di un momento storico in cui i valori imperanti sono la prestazione, l'efficienza, l'arrivismo, il cinismo, nel silenzio del cuore. E quando il cuore tace e non registra più le cadenze del sentimento, il terribile è già accaduto. 
Susy Suarez 



IL COLLOQUIO - The assessment 

scritto e diretto da Marco Grossi 
con Giuseppe Scoditti, Fabrizio Lombardo, Alessandra Mortelliti, William Volpicella, Valentina Gadaleta, Marco Grossi, Alessandro Anglani e con Augusto Masiello 
assistente alla regia Monica De Giuseppe 
scene Riccardo Mastrapasqua 
luci Claudio De Robertis 
grafica Davide Petruzzella 
produzione 
Teatri di Bari 
Dal 20 al 25 settembre 2022

sabato 23 aprile 2022

PERSONE NATURALI E STRAFOTTENTI - Regia di Giancalo Nicoletti


Giuseppe Patroni Griffi scrisse quest'opera in due atti nel
1975 e all'epoca fu accolta come fortemente scandalosa e provocatoria. A distanza di quasi quarant'anni resta un testo potente e viscerale che riporta agli spettatori del nuovo millennio il sapore di una Napoli decadente avvolta nello spirito dei primi anni settanta tra vicoli e case di tolleranza. La sua voleva essere una tragicommedia cruda ma anche poetica ed esilarante, a tratti surreale.

Entrambi gli atti si svolgono all'interno dell'unico ambiente di una camera da letto all'interno dell'appartamento in cui Donna Violante (Marisa Laurito), una ex serva di un bordello (ruolo che fu di Pupella Maggio nella prima edizione del 1974 con la regia dello stesso autore), affitta le camere. Mariacallàs (Giancalo Nicoletti) è un travestito beffardo e malinconico che per la notte di capodanno ha subaffittato la sua stanza, all'insaputa di Donna Violante, a due amanti alla ricerca di un luogo dove consumare una notte di passione indisturbati. I due amanti sono Fred (Giovanni Ansaldo) giovane studente gay e Byron (Livio Bashir) uno scrittore rivoluzionario di colore, conosciutisi quella notte stessa.

La storia di Patroni Griffi, nelle mani del regista Giancarlo Nicoletti, viene svilita dalla totale mancanza di un'idea registica forte e sensata di fondo.

Il fluire drammaturgico procede piatto e stereotipato tra inutili enfatizzazioni e scene madri poco credibili, movimenti incomprensibili e macchinosi. Tutto sembra contro il testo invece che al suo servizio.

Sono le parole le vere protagoniste della storia, ma l'intero mondo di questi quattro personaggi, tra rimorsi, insoddisfazioni e frustrazioni, si perde nell'aree tra battute inutilmente urlate e cantate, in cui l'intenzione si dilegua e il senso perde ogni ragion d'essere. Imbarazzante il siparietto della Laurito che balla come una marionetta delirante nel desolante intento di strappare la risata del pubblico.

Si consumano maltrattati quei dialoghi e quei monologhi, che dovrebbero essere profondi, intensi e toccanti, capaci di rivelare le fragilità e i sogni che coinvolgono ognuno di loro. La Laurito decanta le sue battute sempre uguale a sé stessa, nell'assenza del benché minimo sforzo interpretativo. Nonostante Bashir e Ansaldo siano due giovani attori a cui il talento non manca, ingabbiati da questo impianto le loro potenzialità risultano mortificate e avvilite. La scenografia tenta apparentemente di ricostruire in maniera fedele e verosimile l'interno di una stanza d'appartamento: due grandi immagini votive alle pareti, sei lanterne giapponesi sospese in aria, un letto matrimoniale, un tavolo e un baule. Da ciò l'incoerenza con le funi a vista, le graticce e il muro spoglio del retropalco in bella mostra. Se voleva essere una scelta “stilistica” se ne sarebbero potute trovare altre molto più esteticamente gradevoli. Come suggerisce d'altronde il titolo, il fulcro della storia è la “naturalezza” della diversità, la “strafottenza” di fronte l'ingiustizia e la discriminazione, ma in questa pièce di “naturale” non sembra esserci proprio nulla e la “strafottenza” che si percepisce è solo quella nei confronti del testo che si è cercato di rappresentare.

Susy Suarez 



PERSONE NATURALI E STRAFOTTENTI

di di Giuseppe Patroni Griffi

Aiuto regia GIUDITTA VASILE
costumi 
GIULIA PAGLIARULO
disegno luci 
DANIELE MANENTI
make up artist 
VINCENZO VERDESCA
direttore di scena 
CLAUDIA TAGLIAFERRO
organizzazione 
CINZIA STORARI
foto 
LUANA BELLI
ufficio stampa 
ROCCHINA CEGLIA
distribuzione 
STEFANO PIRONTI – CHIEDISCENA
produzione 
ALTRA SCENA

Regia di GIANCARLO NICOLETTI



venerdì 1 aprile 2022

RISTRUTTURAZIONE - Regia di Sergio Rubini


Come riverbera nel titolo, l'architettura di tutto lo spettacolo si poggia sul concetto di “casa”, intesa come nido, tana, luogo di spiritualità che plasma anche il nostro essere. 
Rubini calca la scena in un flusso di narrazione intervallandosi al leggio con brani scritti, tra gli altri,dall'architetto Ponti, il poeta Gibran e l'architetto e scrittore romano Vitruvio, i quali esaminano in diverse forme e prospettive la visione di architettura intesa come spazio vitale. Rubini rivive insieme al pubblico le tragiche disavventure fantozziane legate alle sue soluzioni abitative, in un viaggio autobiografico attraverso la sua gioventù e il periodo di lockdown, il quale è stato l'ispiratore di questo ritorno sulle scene. Gli aneddoti sono vari ed esilaranti. Ripercorrono il ricordo di navi da guerra affondate, case allagate, l'impari lotta con mefitiche esalazioni di tubature intasate o vasche da bagno che esplodono. E ancora il rapporto con la compagna, quello ancor più complicato con l'analista e infine il suo approccio troppo accondiscendente che lo fa cadere nelle mani di sfacciati ciarlatani. Rubini calca la scena non da comico ma da uomo che con raffinata autoironia ride e lascia ridere delle sue disgrazie. Tutta la pièce, infatti, oltre ad essere deliziosa e divertente, desidera essere una metafora della nostra personale “ristrutturazione” umana dopo il lungo periodo di pandemia che tanto ci ha legati forzatamente alle nostre abitazioni, facendocene scoprire, spesso per la prima volta, pregi e difetti. C'è chi ha iniziato a prendersene più cura o chi se n'è fatto fagocitare. La ristrutturazione non è mai cosa facile, per tutti è un incubo di calcinacci, polvere e rumore, ma poi tutto scompare e quello che resta è qualcosa di più pulito e giusto per noi. O almeno così dovrebbe essere. Anche il governo, come ci ricorda Rubini, offre un “bonus ristrutturazione” come strumento di sostegno per aiutarci dopo un momento difficile. Ristrutturare ogni tanto è necessario, approfittando soprattutto dei momenti più duri. Ricostruirci nel profondo per apprezzare meglio ciò che ci circonda, anche il nostro nido, sia esso un sottoscala, ribattezzato “Il pozzo”, o uno sgabuzzino con terrazza, o ancora un bellissimo appartamento in centro. La scenografia riprende l'ambientazione di un cantiere edile, con secchi di pittura abbandonati qui e là, pennelli, fogli di giornale e coperture di plastica, accurata visione del caos che si crea fuori e dentro di noi quando in casa è in corso una ristrutturazione. Rubini non è da solo in scena, con lui ci sono i “Musica da Ripostiglio” (Luca Pirozzi chitarra e voce, Luca Giacomelli chitarra, Raffaele Toninelli contrabbasso, Emanuele Pellegrini batteria e percussioni), un gruppo musicale pop-swing le cui musiche fanno da contrappunto alla pièce con la loro trascinante allegria. I “Musica da Ripostiglio” non sono nuovi alla collaborazione con attori e registi del panorama teatrale italiano e il loro tratto distintivo è diventato proprio questa peculiarità che li divide tra performance teatrale e il loro lato cantautorale. In chiusura dello spettacolo, Rubini rende omaggio alle sue origini pugliesi, alle quali è notoriamente molto legato, cantando la poesia di un poeta vernacolare di Grumo Appula. Le liriche, composte in dialetto arcaico, sono state arrangiate in una chiave folk-rock che farebbe venir voglia di alzarsi dalle poltrone e ballare. Di sicuro la soddisfazione più grande per l'artista, è ritrovarsi di fronte una platea stracolma e ascoltare le risate scroscianti di un pubblico entusiasta che ride con lui della tragicommedia della vita. “Ristrutturazione” con la sua ironia poetica, sprona verso la ricerca di un rinnovato senso di equilibrio dopo la terribile disavventura di questi ultimi due anni, perché non è mai troppo tardi per provare a “ristrutturare” al meglio la nostra identità.

Susy Suarez 

SERGIO RUBINI IN

RISTRUTTURAZIONE
ovvero disavventure casalinghe raccontate da Sergio Rubini

scritto da Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi
musiche eseguite dal vivo da Musica da Ripostiglio
Luca Pirozzi chitarra e voce
Luca Giacomelli chitarra
Raffaele Toninelli contrabbasso
Emanuele Pellegrini batteria
regia Sergio Rubini




lunedì 7 febbraio 2022

THE SPANK - Regia di Filippo Dini


In scena dal 2 al 13 febbraio al Teatro Parioli di Roma “The Spank” ultima inedita opera di Hanif Kureishi, drammaturgo, romanziere e sceneggiatore anglopakistano. “The Spank” debutta per la prima volta in Italia in prima assoluta al Teatro Carignano di Torino l’11 maggio 2021 prodotto dal Teatro Stabile di Torino. 
A tradurlo per il pubblico italiano sono stati Monica Capuani e Filippo Dini. Dal 2 Febbraio “The Spank” approda a Roma al Teatro Parioli. Una storia che pone molti interrogativi su quanto a volte la vita che viviamo non sia ciò che vorremmo che fosse e di quanto spesso si decida coscientemente o meno di ignorarlo, accontentarsi, andare avanti. E' il racconto di un'amicizia e della lotta tra istinto e ragione, una critica all'istituzione matrimoniale e familiare e alla cultura borghese. D'altronde in tutte le sue opere Kureishi sviluppa riflessioni profonde sui rapporti umani di varia natura costruendo plot che suggeriscono un punto di vista mai scontato. Vargas (Filippo Dini) nella vita è farmacista mentre Sonny (Valerio Binasco) è un dentista. Entrambi vivono a Londra e sono sposati con figli. Vite apparentemente ordinarie nate dalla scelta dei genitori di emigrare all’estero e di costruire una nuova vita lontani dalle loro radici. “The Spank” è il nome del pub in cui si incontrano ormai da anni per scambiare due chiacchiere davanti a un boccale di birra. La loro è un'amicizia fatta di complicità, confidenze, di spazi misurati sul terreno comune di esperienze condivise, un rapporto solido che finisce col coinvolgere e legare anche i componenti delle rispettive famiglie, fino a che una serie di vicende mineranno le sicurezze costruite nel corso di una vita. Kureishi ha affidato la prima mondiale di “The Spank” ad una compagnia italiana, ma la genesi della sua messa in scena è stata peculiare rispetto al modus operandi convenzionale che vige nelle produzioni teatrali italiane. Sin dall'inizio si è creata una stretta collaborazione tra autore e regista i quali, passo dopo passo, affidandosi l'uno all'altro, hanno plasmato il testo in funzione della messa in scena. Il confronto tra Dini e Kureishi si è trasformato in un dialogo fecondo che ha anche apportato varie modifiche al copione ma sempre in profonda sintonia. Non è usuale che due artisti, soprattutto di un certo calibro, riescano a dialogare in modo sano e produttivo lì dove l'ego creativo non è facile da tenere a bada. Ciò dimostra la loro sensibilità. Lo stesso Dini afferma che il lavoro del regista è quello di essere invaso, permeato dall'opera che deve dirigere, e quello dell'autore è cercare di dare al regista tutti gli strumenti perché il suo testo possa essere compreso e quindi restituito al pubblico. Inoltre per la prima volta Dini si trova a dirigere un altro fuoriclasse del palcoscenico come Valerio Binasco e ad esserne al contempo compagno di scena. Si avverte chiaramente, dall'equilibrio e la coerenza che pervade la pièce, che tra tutti gli artisti che vi hanno lavorato c'è stato un confronto paritario e sereno. L'ininterrotta organicità tra movimenti e parola a cui assistiamo è chiaramente frutto di uno studio profondo del testo e delle dinamiche emotive dei personaggi, caratterizzati con raffinatezza e intensità. I due amici sono molto affezionati l'uno all'altro pur nella loro diversità. Vargas è il più composto e compassato, agganciato al ruolo di marito e padre, fino all'ultimo saldo al timone della sua vita borghese. Sonny è un irrequieto, perennemente in movimento, non riesce mai a stare seduto troppo a lungo sulla stessa sedia, si rigira su se stesso, mangia e beve convulsamente come percorso da un'energia che vuole liberarsi da una condizione che ormai lo sta soffocando. Nel suo goffo tentativo di seguire i propri istinti e i propri desideri, viene travolto da una tempesta che finirà ineluttabilmente con lo scuotere anche le placide acque della vita familiare di Vargas, il quale però, resterà ancorato al suo focolare e ai suoi principi corroso dai dubbi. Scopriamo in entrambi un legame a due figure di mogli molto forti, sottilmente dispotiche, ma Vargas anche rispetto a ciò resta il più pavido e acquiescente dei due. Sonny invece ormai non riesce più ad accettare la finzione. Progressivamente le dinamiche dei rapporti familiari e amicali degenerano in un vortice di sentimenti traditi, crisi adolescenziali, voglia di evadere e nello stesso tempo tornare al guscio protetto e caldo dell'istituzione familiare. Il personaggio di Sonny diviene sempre più tormentato, sbandato, sciatto e inguaribile. In un' ora e quaranta circa di spettacolo nulla suona artefatto o poco chiaro. Ogni gesto, frase, movimento, ha il suo senso e suscita curiosità e attenzione man mano che la storia si dipana. La storia inizia dalla fine. Vargas ci appare nel “loro” pub ormai dismesso, mura e suppellettili ricoperti da teli bianchi. L'uomo, sulla scia della nostalgia che gli suscita essere rientrato dopo tanti anni in quel luogo, decide di raccontarci la storia di Vargas e Sonny, un'amicizia forse mai realmente finita. Così pian piano i teli si alzano e il pub con la sua tipica atmosfera britannica riemerge dal passato. Il palco, costruito in pendenza, concorre a dare alla scena una pronunciata profondità e tridimensionalità quasi a ricordare lo schermo cinematografico. Efficace il disegno luci di Pasquale Mari che scandisce lo scorrere e il fermarsi del tempo. L'onestà con la quale Filippo Dini e Valerio Binasco vivono i loro personaggi non può che trascinare il pubblico nella marea di emozioni, immagini e visioni di cui il testo ribolle. Sonny nella sua “rovina” vince, diventa “l'Eroe”, e come tutti gli eroi parte, si mette in viaggio. Chissà se tornerà mai alla sua Itaca.

Susy Suarez 

The Spank

di Hanif Kureishi

traduzione Monica Capuani

regia Filippo Dini

con Filippo Dini, Valerio Binasco

scene Laura Benzi

costumi Katarina Vukcevic

luci Pasquale Mari

musiche Aleph Viola

aiuto regia Carlo Orlando

assistente regia Giulia Odetto

Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Per gentile concessione di The Agency (London)

Durata dello spettacolo: 1 h e 40 minuti





giovedì 27 gennaio 2022

E NON RIMASE NESSUNO - Regia di Anna Masullo


Al Teatro Sala Umberto approda “E non rimase nessuno” spettacolo tratto dal romanzo più letto e amato di Aghata Christie “Dieci piccoli indiani” scritto nel 1939. 
Tanti sono stati gli adattamenti per il teatro (il primo curato dalla stessa Christie), il cinema e la televisione (come il film del 1945 per la regia di René Clair). Una storia appassionante e ricca di tensione che vede in scena un nutrito cast tra cui due grandi nomi del teatro italiano come Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini. Tutta l'azione si svolge in un unico ambiente, il salone dell'elegante casa dei Signori Owen, sulla sperduta isola di Indian Island. L'arredo riprende fedelmente lo stile tipico dell'alta borghesia britannica degli anni 30'e 40' (le scene sono di Fabiana di Marco), un mondo popolato da aristocratici, generali, ufficiali e gran dame. I dieci personaggi sono stati attirati in questo luogo apparentemente elegante e ameno, ciascuno con un invito mirato inviatogli direttamente dai Signori Owen. In realtà nessuno di loro li ha mai realmente né visti né conosciuti. Al centro troneggia il grande camino sul quale è scritta la filastrocca dei “Dieci piccoli soldati” che si scoprirà essere la profezia della loro condanna. Le statuette di dieci soldati poste sulla mensola, scompariranno una ad una inspiegabilmente col susseguirsi degli omicidi. Una voce inumana e penetrante li accuserà di essere tutti assassini. Tutto fa perno sul senso di colpa di ogni personaggio, ognuno con un ingombrante scheletro nell'armadio, soffocati dalla lunga ombra del passato che incombe sulle loro anime. Due ore e più di spettacolo con un primo atto inevitabilmente più lento dedicato alla necessaria presentazione dei personaggi, e un secondo atto scandito dal susseguirsi dei misteriosi omicidi. Con il crescere della tensione comincia anche un’introspezione più profonda nell’animo dei personaggi e si viene a costruire un enigma apparentemente irrisolvibile. Ognuno di loro sarà chiamato a rispondere di crimini commessi e apparentemente rimasti impuniti, e l'isola si rivelerà una trappola letale sulla quale non rimarrà nessuno. Man mano che le morti si susseguono i personaggi iniziano a guardarsi con crescente sospetto fino all’epilogo finale che svela un piano geniale nella sua follia, perfettamente orchestrato, nel quale il concetto di “giustizia” è spinto al parossismo. Indubbia la qualità degli interpreti e dell'impianto, nonostante il testo resti ingabbiato nello schema ormai vetusto di un tipico teatro “di maniera”, lì dove invece si avverte più che mai nel teatro l'esigenza di una ritrovata freschezza, anche e soprattutto quando si desidera approcciare a testi più classici. Ogni soggetto ha una caratterizzazione molto decisa, qualora a volte eccessiva. Il più asciutto ed efficace risulta Rigillo, il quale “dirige l'orchestra” con indiscutibile eleganza.

Susy Suarez


E NON RIMASE NESSUNO

di Agatha Christie
traduzione di Edoardo Erba
con Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini
con Massimo Reale, Linda Manganelli, Mario Scaletta, Ruben Rigillo,
Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano, Francesco Maccarinelli, Giuditta Cambieri 
regia Anna Masullo
scene Fabiana di Marco
musiche Alessandro Molinari
disegno luci Marco Catalucci
costumi Susanna Proietti



lunedì 20 dicembre 2021

DIS-ORDER - Regia di Marcello Cotugno


“Disorder”
due atti unici di Neil LaBute in scena al Teatro Lo Spazio dal 16 al 19 dicembre per la regia di Marcello Cotugno, entrambi interpretati da Benedicta Boccoli e Claudio Botosso.  

Cotugno, grande estimatore dell'autore statunitense, negli anni ha diretto numerosi suoi testi teatrali, tanto da curarne persino un'antologia nel 2014 edita da Editoria & Spettacolo che racchiude alcuni dei suoi lavori più significativi. 

Labute è uno dei più discussi e controversi drammaturghi della sua generazione. Autore contemporaneo dal linguaggio moderno, le sue storie sono spesso incentrate sui legami emotivi, il rapporto tra i sessi, mettendo in scena personaggi al servizio di temi attuali, le cui vicende finiscono quasi sempre con l'avere un risvolto spiazzante e paradossale, talvolta molto crudo.   

Labute affresca personaggi coi quali è facile l’identificazione, perlopiù appartenenti a una middle class abbastanza tipica delle società urbana del mondo occidentale. Il suo teatro si avvale di un linguaggio quotidiano, spesso brutale e pungente, e il ritmo dei dialoghi è cruciale. Proprio per questo motivo non è per niente facile riuscire a metterli in scena restituendo quella verità che necessitano per ingaggiare lo spettatore in un processo di reale identificazione. 

Il suo linguaggio, dal taglio cinematografico, non può indulgere in cliché o  inciampi manieristici dei suoi interpreti. 

Questo è il caso di “Disorder”. In entrambi gli atti unici si può godere di una intensa Benedicta Boccoli che mette sé stessa  al servizio del testo e del personaggio riuscendo ad essere credibile e convincente. L'interpretazione di Claudio Bosso, più asciutta e interiore, lascia supporre una scelta di direzione attoriale atta a creare la giusta contrapposizione tra la figura femminile e quella maschile che nelle opere di Labute appare spesso la più odiosa, cinica e insensibile. 

La struttura del Teatro Lo Spazio è estremamente duttile, e permette di poter utilizzare molteplici aree performative. Nel caso del primo atto “Land of the Dead”, l'azione si svolge interamente su uno dei due palchi, e vede i due protagonisti affiancati ma distanti. Ciascuno solo nella sua bolla senza mai rapporto né fisico né visivo. Solo un cellulare si rivelerà il loro ultimo strumento di contatto.  

Nel secondo atto “Helter Skelter”, invece, Cotugno utilizza come elemento scenografico la zona bar del teatro dando vita ad un'azione estremamente verosimile che trasmette agli spettatori la sensazione di essere davvero in un locale ad osservare, come spesso può accadere, la conversazione di una coppia al termine di un' allegra giornata di shopping. Conversazione che via via degenererà in un diverbio dalle tinte squallide e sinistre. 

I due atti sono accomunati dalla tematica della maternità e della paternità proposta da due prospettive differenti: nel primo la gravidanza e la sua accettazione, nel secondo, tutto ruota intorno alla menzogna e al tradimento che trasforma la donna gravida in una moderna Medea. 

Alla fine entrambi si ritroveranno ad essere vittime e carnefici al tempo stesso. 

In questo spettacolo ci viene offerta una riflessione sulla liquidità delle esistenze e dei legami, stimolando una condivisione profonda delle emozioni.

Susy Suarez 


Disorder 

due atti unici di Neil LaBute 

traduzione di Marcello Cotugno e Gianluca Ficca 

con Benedicta Boccoli Claudio Botosso 

regia di Marcello Cotugno aiuto regia Arianna Cremona