sabato 17 febbraio 2024

BACK TO BLACK - Regia di Silvano Spada

Da mercoledì 14 a domenica 18 febbraio all’OFF/OFF Theatre debutta in prima nazionale lo spettacolo Back to Black”, scritto e diretto da Silvano Spada interpretato da Lorenzo Balducci ed Elena Croce

Il titolo Back to Black rievoca quello della celebre canzone di Amy Winehouse le cui note riecheggiano nel salotto di un giovane e aitante uomo sulla quarantina impegnato nell'allenamento quotidiano. I suoi esercizi ginnici però, vengono interrotti dall'anziana vicina che suona alla porta facendo letteralmente incursione nella sua casa e nella sua vita.

Tutto avviene in un unico ambiente. La scenografia è lineare, di un bianco abbagliante spezzato da due punti luce colorati, andando a stilizzare la percezione di un arredamento iper moderno e high tech che rispecchia chiaramente il ceto sociale del giovane uomo. Il padrone di casa è bello, ha un lavoro soddisfacente e una moglie dall'altrettanto soddisfacente carriera professionale, un vita da “vincente” insomma. L' anziana donna però, non impiega molto a capire che qualcosa non quadra e la sua domanda sarà insistente, diretta e sfacciata: ma lei è felice? Tutto potrebbe far pensare che non ci sia motivo per l'uomo di non esserlo. Lui, un manager affermato, giovane, bello e disinvolto, lei, una signora che all'inizio potrebbe apparire come la classica vicina in avanti con l'età che cerca compagnia con ogni scusa possibile ma in realtà si scopre essere un'ex molto più spregiudicata del previsto. La sua “deformazione professionale” la porta a curiosare nelle vite degli altri e a trasmettervi, suo malgrado, quella saggezza di donna che ha sempre vissuto una vita libera, disinvolta e fuori dagli schemi.

Elena Croce affresca con la sua sublime presenza scenica questo personaggio brioso e vitale che con sagacia e dolcezza tende una mano a un uomo tanto più giovane e confuso.

L'uomo pian piano inizia a vedere nella donna una confidente, un'amica, sino ad avvertire una familiarità che lo porta a dirle “mi sembra di conoscerla da sempre”.

La drammaturgia ben costruita tesse efficacemente il graduale rapporto di fiducia e curiosità che si innesca tra i due protagonisti.

Lorenzo Balducci profila appropriatamente l'arco del suo personaggio il cui rigido imbarazzo iniziale, col quale accoglie la donna in casa, si scioglie in un progressivo abbandono di ogni difesa.

Elena Croce è stata la protagonista di quarant’anni di teatro italiano lavorando insieme a registi come Strehler e Ronconi, e stupisce la modernità e la disinvoltura con la quale calca il palco insieme al suo giovane compagno di scena.

Lorenzo Balducci si distingue per la versatilità sia come attore e da qualche anno anche come personaggio social divenuto popolare grazie alla sua comicità surreale sul web, dimostrandosi un artista poliedrico e di singolare talento e ironia.

Il suo personaggio in “Black to Black” , così come lo vediamo ritratto di spalle nella locandina dello spettacolo, esordisce adoperandosi nella cura del corpo, intento ad alzare pesi per pompare i muscoli, come allo stesso modo si impegna tutti i giorni a sostenere le maglie delle apparenze. L'uomo sceglierà la libertà? Non tutto finisce sempre come ci si aspetta.

L'autore e regista della pièce Silvano Spada ha fondato e organizzato il Todi Festival che ha diretto per molti anni per poi dedicarsi alla realizzazione dell’OFF/OFF Theatre a Roma dove Gufetto è stato lieto di visionare per voi il debutto di questo suo nuovo lavoro.

Susy Suarez



Ge.A.
presenta
BACK TO BLACK
un viaggio verso la libertà
scritto e diretto da Silvano Spada
con Lorenzo Balducci e Elena Croce
costumi Valter Azzini
spazio scenico e luci Umberto Fiore
assistente regia Orazio Rotolo Schifone
assistenza tecnica Gloria Mancuso

da mercoledì 14 a domenica 18 febbraio


venerdì 12 gennaio 2024

METTICI LA MANO - Regia di Alessandro d'Alatri


In scena al Teatro Parioli da 10 al 21 gennaio “Mettici la mano”, testo originale di Maurizio de Giovanni, ormai noto autore della saga del Commissario Ricciardi diventata anche una popolare serie tv.     

La regia è del compianto Alessandro D'Alatri il quale ha diretto la prima stagione della serie. I protagonisti sono il Brigadiere Raffele Maione (Antonio Milo) e Bambinella (Adriano Falivene) due personaggi che hanno conquistato i cuori del pubblico, sopratutto grazie alla tv, tanto da meritare l'essere il centro di una pièce che facesse emergere ancor di più l'impronta di saggezza popolare e dolcezza romantica fuori dal tempo che li caratterizza.     

A differenza dei romanzi e della serie, lo spettacolo è ambientato non più negli anni trenta ma in una Napoli alla fine della seconda guerra mondiale, devastata dalle bombe e dall’occupazione nazifascista. La scenografia accurata e realistica di Toni Di Pace, ricrea un antico scantinato scavato nell'intricato sottosuolo tufaceo napoletano, sotterranei che contribuirono a mettere al riparo dalle bombe migliaia di vite umane durante i conflitti. Insieme alle musiche originali di Marco Zurzolo e ai costumi di Alessandra Torella, ogni elemento concorre a infondere il sapore antico di una Napoli che tra misticismo e scaramanzia detta le proprie leggi. I due personaggi sono l’uno complementare all’altro e stuzzicandosi a vicenda consolidano la loro stramba amicizia che prescinde le convenzioni sociali.

Il personaggio inedito in questo caso è quello di Melina (Elisabetta Mirra) una ragazzina che il brigadiere trascina con sé al riparo nello scantinato. Sulle prime scontrosa e aggressiva, sarà Bambinella con la sua persuasiva delicatezza a indurla al racconto del pesante segreto che si porta in cuore e in grembo.

Non meno protagonista è anche una statua della Madonna che, salvatasi dai bombardamenti, è stata messa al riparo in quello scantinato dai fedeli e, illuminata dai ceri votivi, li osserva, li ascolta e sembra poter decidere del loro destino.

Adriano Falivene è straordinario nei panni di Bambinella, personaggio che sembra essergli stato letteralmente cucito addosso. Bambinella è innamorata del brigadiere nel senso più romantico, poiché ama il suo essere volto al bene e la sua nobiltà d'animo nella quale si rispecchia e che manifesta essa stessa attraverso il potere della sua diversità.

Tra i due è una vera e propria danza di schermaglie, battute sagaci, tempi comici impeccabili incastrati da suggestioni più intense.

In questo amalgama perfetto purtroppo stride la giovane e acerba Elisabetta Mirra che non riesce a tener testa ai due compagni di scena,così che passaggi che potrebbero essere di forte lirismo emotivo, sono dissipati dalla mancanza di un' autentica ed efficace intensità.

Doveroso alla fine dello spettacolo, l'applauso in ricordo di Alessandro d'Alatri e del valore del suo lavoro, non solo come regista della pièce e della serie, ma di tante apprezzate opere filmiche.

Mettici la mano” non è solo uno “spin/off” della serie ma un piacevole incanto a sé stante.

Susy Suarez 


METTICI LA MANO 

di Maurizio de Giovanni
regia Alessandro D’Alatri
produzione del Teatro Diana
scene Toni di Pace

costumi Alessandra Torella
musiche Marco Zurzolo
luci Davide Sondelli



sabato 21 ottobre 2023

AGOSTO AD OSAGE COUNTY - Regia di Filippo Dini


Agosto a Osage County” in scena al teatro Ambra Jovinelli dal 18 al 29 novembre per la regia di Filippo Dini è una black comedy del drammaturgo statunitense Tracy S. Letts, Premio Pulitzer 2008.

La pièce è ambientata nell'afoso midwest statunitense dell'Oklaoma, svelandoci un contesto lontano sia geograficamente che culturalmente dalla nostra realtà europea, in cui però le dinamiche umane ricalcano quelle che ad ogni latitudine hanno lo stesso comune denominatore.

Tracy S. Letts riprende il filone del dramma borghese già cavalcato da illustri predecessori come Ibsen, Čechov, Pirandello ed Eduardo, che si concentra sulle dinamiche familiari, la rappresentazione della quotidianità con tutte le sue ipocrisie, le malformità della società e la crisi dell'individuo stesso.

Beverly Weston (Fabrizio Contri) e la moglie Violet (Anna Bonaiuto) vivono nella loro casa di Osage County. Lui è un poeta alcolista e lei diventata da tempo dipendente dai farmaci costretta ad assumere a causa di un cancro alla bocca.

Dopo essere scomparso per qualche giorno, Beverly viene ritrovato morto suicida. Al funerale, oltre alla figlia Ivy (Stefania Medri) che vive in casa con i genitori, partecipano anche le figlie Barbara (Emanuela Mandracchia) e Karen (Valeria Angelozzi) così come il resto dei parenti. Nei giorni successivi una serie di conflitti riemergono all'interno della famiglia. Il conflitto tra Barbara e Violet, che non sono mai andate d'accordo, si fa sempre più serrato. Il fidanzato di Karen (Fulvio Pepe) dimostra la sua vera natura ed Ivy pianifica la fuga d'amore con suo cugino (Edoardo Sorgente).

Quella che ci appare è una famiglia disfunzionale, disgregata da tempo e costretta, a causa di questo tragico evento, ad una convivenza forzata tra le mura della casa di Osage County in un soffocante agosto. Filippo Dini si affida il ruolo del marito fedifrago di Barbara, protagonista del dramma familiare parallelo che coinvolge anche la figlia adolescente (Caterina Tieghi).

La regia di Dini è come sempre impeccabilmente elegante nell'accuratezza dell'allestimento. Un occhio attento non può che captare la scrupolosità e la meticolosità alla base di una macchina corale così ineccepibile, coadiuvata ovviamente dalla scelta di attori di primo livello, ingranaggi perfetti di un incantevole meccanismo.

Oltre a una direzione attori decisamente sempre volta alla ricerca della verità più organica e profonda, anche le scelte estetiche bilanciano raffinatezza e funzionalità.

Le pareti degli ambienti ruotano su cardini che avvolgono gli spazi della quotidianità di Violet, invasa da figli, generi e nipoti.

Il passaggio da una sequenza all’altra avviene mediante lo spostamento di questi pannelli mobili che, come dissolvenze incrociate, a volte scorrono contestualmente all'azione dei personaggi dando un senso di liquidità e un taglio cinematografico e tridimensionale alla messa in scena.

L'impianto scenografico si sviluppa su due livelli, e spesso gli attori lavorano in ambienti diversi contemporaneamente, calamitando ancor di più l'attenzione del pubblico chiamato a seguire l'ordito di due o tre binari paralleli.

Agosto a Osage County” si fraziona in due tempi serrati, dai toni che si fanno sempre più esasperati e vibranti. Dopo il funerale, tutti i personaggi si ritroveranno per la prima volta intorno al tavolo per una delirante cena familiare, durante la quale si raggiungerà l'apoteosi di un gioco al massacro in cui non ci saranno né vincitori né vinti, preludio di un imprevedibile colpo di scena finale.

Ancora una volta Filippo Dini ci regala un teatro di ormai rara bellezza.

Susy Suarez


AGOSTO A OSAGE COUNTY

di Tracy Letts
traduzione Monica Capuani
regia Filippo Dini
con Anna Bonaiuto, Manuela Mandracchia, Filippo Dini, Fabrizio Contri, Orietta Notari, Andrea Di Casa, Fulvio Pepe, Stefania Medri, Valeria Angelozzi, Edoardo Sorgente, Caterina Tieghi, Valentina Spaletta Tavella
dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando
scene Gregorio Zurla
costumi Alessio Rosati
luci Pasquale Mari
musiche Aleph Viola
suono Claudio Tortorici
assistente regia Eleonora Bentivoglio
assistente costumi Rosa Mariotti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale 



lunedì 24 luglio 2023

MATRIOSKA - Regia di Cinzia Cordella

Indubbiamente “Matrioska”, in scena al Teatro Vascello il 23 e il 24 luglio, è uno spettacolo che si adatta perfettamente al contesto di questo prestigioso Festival diretto a Roma da Fabio Galadini e che vede competere ben ventuno compagnie per altrettante drammaturgie inedite. Spettacoli della durata massima di cinquanta minuti ospitati in alternanza in tre illustri teatri della capitale: il Teatro Vascello, il Teatro Sala Umberto e il Teatro Parioli. Il Fringe Festival da sempre è un'occasione speciale per poter accendere i riflettori sul teatro indipendente e su quella compagine teatrale che non vive di fondi pubblici, di finanziamenti e di supporti istituzionali. 

Il seme dal quale è scaturita l'idea di “Matrioska”, come mi spiega l'autrice e regista Cinzia Cordella, è stato uno studio durante un seminario con un noto acting coach, di alcuni testi di Strindberg incentrati sul concetto di spiritualità, con i quali l'artista si è cimentata nella sperimentazione. Da tale lavoro è sorta l'idea di costruire uno spettacolo narrativo/performativo il cui concept fosse proprio una riflessione profonda sulla spiritualità, la mancanza d'amore, il disagio emotivo che pesa su l'esistenza. 

La Cordella sceglie di giocare col pubblico attraverso l'espediente drammaturgico del metateatro con la complicità del compagno di scena Gabriele Guerra (il regista fittizio) e Paolo Ricci (il vero tecnico audio luci). Lo spettatore ha la sensazione di assistere alle prove di una pièce, di essere presente nel momento dell'atto creativo. Mentre i tre tessono l'allestimento, lo spettacolo di fatto si sta realizzando. Un gioco che funziona poiché sin da subito lo spettatore non si domanda “cosa sto vedendo” ma “cosa sto vivendo?” L'autrice e interprete raccoglie citazioni ed estratti di opere assemblandoli in una sorta di flusso di coscienza, accompagnandosi nel suo viaggio da suggestioni sonore e visive composte di musiche, echi, luci, videoproiezioni che la avvolgono riempiendo lo spazio scenico. 

Un viaggio esistenzialista che percorre il pensiero di numerosi personaggi illuminati della storia dell'umanità come Einstein, Giordano Bruno o William Blake. Viaggio che si declina in varie forme tra performance, narrazione ed elementi di teatro danza. E' il pensiero che genera la materia e non viceversa. Da dentro a fuori. Questo il perno della messinscena. Se l'uomo riuscisse a connettere il proprio pensiero alla grandezza della natura che lo circonda e che gli è stata messa a disposizione, sublimerebbe la divinità potenziale che è dentro di sé. Viviamo la nostra esistenza come criceti che girano in una ruota. Iniziamo la nostra avventura terrena con gioia per poi restare intrappolati in mille sovrastrutture culturali. Molto simbolico e intimo è il momento in cui l'attrice insieme al finto regista, in un momento di “pausa” dalle prove, giocano a bruciare sulla fiamma di una candela tanti bigliettini sui quali sono citati proprio i principali “pensieri parassiti” che ci schiavizzano: bassa autostima, paure, traumi infantili etc. 

Altrettanto simbolica è la spettacolarizzazione della crocifissione di Cristo, inteso come summa del concetto di spiritualità. Emblema dell'uomo che, intercettando la via giusta per padroneggiare la mente ed entrare in contatto con l'universo, viene considerato pazzo e quindi eliminato. Sapiente la forma e la cronologia scelta per districare una matassa di idee e concetti che potrebbero risultare ostici, ma in questo caso il collante che unisce la struttura dell'opera, la buona presenza scenica, l'abile uso del corpo, dello spazio e il ritmo incalzante, rendono tutto fruibile. Tutto l'impianto concorre nell'intento di infrangere, anche se per soli cinquanta minuti, la pigrizia mentale che può pervadere anche lo spettatore più savio, piantando il seme per un esame più profondo.

Susy Suarez 


MATRIOSKA

di e con Cinzia Cordella

con la partecipazione di Gabriele Guerra

martedì 25 aprile 2023

EMIGRANTI - Regia di Massimiliano Bruno


In scena da giovedì 20 a domenica 23 aprile all’OFF/OFF Theatre “Emigranti” per la regia di Massimiliano Bruno. Questo testo di Slawomir Mrozek, drammaturgo, giornalista e vignettista satirico polacco, vede protagoniste due personalità molto differenti, entrambe emigrate da un piccolo paese per giungere in una grande città straniera alla ricerca di fortuna. Uno più ruspante e sempliciotto (Andrea Venditti), l'altro intellettualoide filoanarchico (Marco Landola) incarnano la dicotomia tanto cara alla letteratura russa o filorussa tra classe operaia ed intellettuale.

L'intera pièce è ambientata in un sottoscala in cui ogni cosa trasuda un senso di miseria e squallore. Due brande poste ai lati dello spazio, al centro un tavolaccio con due sedie. L’ironia, i fraintendimenti, i battibecchi che scaturiscono dal fitto dialogo tra i due, ne misurano la relativa distanza.

Sono i gesti quotidiani del mangiare, del bere, del dormire, il bisogno di parlare, ad accomunare questi due esseri umani nascosti come vermi nell'angolo intestino dello stabile. Sulle loro teste il vociare di chi vive ai piani alti e festeggia l’inizio di un nuovo anno. In questo microcosmo si svolge il gioco teatrale fondato su un dialogo serrato, funambolico, intessuto di crudeltà sottili e accenti affettuosi celati fra le pieghe di un litigio continuo. Pian piano tra i due si palesa una stramba interdipendenza oltre che psicologica, quasi fisica, legata alla necessità di avere in quell’ambiente estraneo, semplicemente una controparte con la quale condividere la “prigionia”. Il loro conflitto è anche uno scontro di idee e di valori. Entrambi sono "prodotti" dello stesso sistema e per entrambi l'esistenza ha la dimensione della schiavitù.

La regia di Bruno è attenta ed efficace, contribuisce a rendere al meglio la giusta atmosfera claustrofobica e paradossale che strizza l'occhio a Beckett. I due personaggi in questo adattamento attraversano quattro epoche differenti che corrispondono alle più famose ondate migratorie italiane: alla fine dell'ottocento i due emigranti approdano in Argentina, negli anni venti in America in pieno proibizionismo, dopo la seconda guerra mondiale in Inghilterra, fino ad arrivare negli anni settanta nell'industriosa Germania. 

A fungere da collante è il personaggio femminile interpretato da Francesca Anna Bellucci che non compare nella versione originaria del testo ma la cui presenza è fondamentale al fine di raccordare in maniera brillante e sagace il susseguirsi dei diversi quadri temporali. La donna, attraverso la lettura delle lettere che le invia il suo amato marito Cesare dal paese di migrazione, ci porta a intuire come il meccanismo di sfruttamento industriale ha resistito e resiste immutato attraverso le epoche. 

Bruno evidentemente grazie ad un'ottima direzione attori ha saputo dosare al meglio il ritmo serrato di dialoghi convoluti, battibecchi aggressivi intervallati da silenzi eloquenti. I due attori hanno ben caratterizzato i loro personaggi, riuscendo a rimarcare la differenza di estrazione tra i due individui. Venditti ci regala un personaggio che trasmette simpatia e tenerezza con i suoi modi a tratti infantili e il suo romanesco dal sapore antico. Di contro l'intellettuale di  Landola, dal marcato accento partenopeo, appare sulle prime rigido e ipercritico (legge, scribacchia, filosofeggia e psicoanalizza il compagno mettendo in mostra la padronanza di linguaggio da letterato) fino a che anche le sue fragilità si riveleranno, e non si potrà che empatizzare con entrambi allo stesso modo.

Come i due personaggi della più famosa pièce di Beckett, sembrano attendere qualcosa che dentro di loro sanno non potrà mai arrivare: tornare al loro paese e liberarsi dalla comune se pur diversa schiavitù.

Susy Suarez 


EMIGRANTI

Con Marco Landola, Andrea Venditti e Francesca Anna Bellucci

Regia di Massimiliano Bruno

Aiuto Regia Daniele Trombetti

 Assistenti Regia Dafne Montalbano e Giorgia Remediani

Disegno Luci Matteo Antonucci

Costumi Mara Gentile

Scene Giulia Carnevali

Foto e grafica Andrea Biciocchi

Organizzazione Susan El Sawi


mercoledì 5 aprile 2023

EVERY BRILLIANT THING - regia di Fabrizio Arcuri



In scena al
Teatro India dal 29 marzo al 2 aprile Every Brilliant Thing con Filippo Nigro per la regia di Fabrizio Arcuri. Il testo, scritto nel 2013 dall'autore britannico Duncan Macmillan, affronta il tema della depressione in un modo decisamente originale e privo di retorica.

Lo spettacolo riproposto da Nigro e Arcuri, diventa una vera e propria esperienza più che una semplice messa in scena. Si può dire che la pièce ha inizio ancor prima che il pubblico si sia accomodato in sala, quando Nigro si palesa agli spettatori, aggirandosi e scrutandoli tra la platea e attendendo che ognuno si sistemi al proprio posto. La “quarta parete” non può venir rotta perché in Every Brilliant Thing è assolutamente assente, e sin da subito si intuisce che non sarà uno spettacolo propriamente convenzionale.

Fabrizio Arcuri (regista e fondatore dell’Accademia degli Artefatti e direttore del Css – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia) distribuisce a molti degli spettatori dei bigliettini sui quali è segnato un numero e il nome di un oggetto o delle frasi. Sono tasselli di una lista di tutte le cose per le quali la vita sarebbe degna di essere vissuta.

Le luci restano sempre accese in sala, anche quando Nigro inizia a dare voce al suo personaggio che si racconta come in una confessione, condividendo col pubblico aneddoti e confidenze. Il primo tentativo di suicidio della madre quando era ancora bambino, la difficoltà di dialogo col padre che non sembra avere gli strumenti per affrontare con polso la situazione. L'uomo non sa come sostenere il figlio, alleggerire il suo animo dal disorientamento e dagli automatici sensi di colpa che sopraggiungono ad appesantire il cuore. Il ragazzino non riesce ad avere né conforto né un confronto con nessuno dei due genitori, così l'istinto di sopravvivenza che sopraggiunge quando il dolore stringe, lo porta a stilare la sua lista di tutte le cose più belle per cui vale la pena vivere. E' il suo modo, ingenuamente poetico, di provare a convincere la madre a non ripetere più gesti estremi, ma non sarà così, perché la donna è malata e la sua malattia inguaribile prevarica ogni cosa. Ma il ragazzino non si darà mai per vinto e continuerà a stilare la sua lista anno dopo anno fino ad arrivare a mille, duemila, un milione di voci. Ormai non può fermarsi perché la lista compone la sua identità, è il suo atto di resilienza. Ed è per sé stesso che continuerà a scriverla, per restare aggrappato alla vita e non perdere fiducia nell'esistenza. Allungandosi ed arricchendosi, la lista lo trascina nell'età adulta, verso nuove scoperte, come quella dell'amore.

Filippo Nigro, uno dei più interessanti attori del cinema e del teatro italiano, con garbo e mestiere coinvolge il pubblico non solo invitandolo ad enunciare ad alta voce, dalla propria poltrona, i tasselli del suo elenco chiamandoli numero per numero, ma rendendolo parte attiva della drammaturgia. Ecco che trascina sul palco ignari spettatori e li esorta ad incarnare i vari personaggi che si avvicendano nella narrazione. Così un signore di mezza età in prima fila potrebbe ritrovarsi ad interpretare suo padre o il suo professore universitario, una giovane donna potrà diventare la sua fidanzata o la psicoterapeuta infantile che lo seguiva a scuola. Grazie alla risposta dell’audience e alle reazioni che ogni sera scaturiscono dall'interazione attore-spettatore, la temperatura emotiva muta e lo spettacolo potrebbe essere sempre una sorpresa.

Inevitabilmente si creano situazioni esilaranti indotte dal contrasto tra l'imbarazzo iniziale degli ignari astanti designati e la loro voglia di partecipare e divertirsi. La forza dello spettacolo sono proprio questi momenti di leggerezza e ironia con i quali si cercano di ricostruire scene di fatto dolorose per il protagonista, alternati a momenti di sospensione carichi di intensità. Chissà se qualcuno dopo aver assistito a questo delizioso spettacolo inizierà a stilare la sua personale lista di tutte le cose più belle per cui vale la pena vivere.


Every Brilliant Thing

(Le cose per cui vale la pena vivere)

di Duncan Macmillan con Johnny Donahoe
traduzione Michele Panella
regia Fabrizio Arcuri
co-regia e interpretazione Filippo Nigro

martedì 14 marzo 2023

PASSANDO LA NOTTE SOTT'ACQUA - regia di Filippo Gili

 

In scena per la prima volta dal 9 all'11 marzo allo spazio Fortezza Est “Passando la notte sott'acqua” per la regia di Filippo Gili, un testo di Lorenzo De Liberato interpretato da Giorgia Ferrara, Federica Valloni e Pietro Marone.  Kay (Giorgia Ferrara) una giovane insegnante, non riesce più a dormire e non ne comprende il motivo. Il sonno ormai è solo un breve intervallo tra le lunghe veglie notturne che la lasciano fluttuare annichilita sulla noia e l'inquietudine.  Kay ormai trascorre le notti a rimuginare, immaginare, e questo suo disagio coinvolge inevitabilmente le persone che le sono più vicine (interpretate tutte da una duttile Federica Valloni) le quali cercano di capire cosa le stia succedendo. La prima è la psicologa che la segue, con la quale la ragazza fatica a trovare una connessione autentica.  Nel tedio delle sue lunghe veglie, si avvicendano la madre, la compagna con cui convive e alla quale non rivolge più attenzioni, la ragazzina sua allieva con la quale ha avuto uno scambio di sguardi troppo intenso, al limite del proibito, e che forse è stata addirittura sua amante, o forse era tutto un sogno? In questo limbo onirico vagano i personaggi, che come apparizioni aleggiano tra sogno e realtà. Filippo Gili è un regista teatrale di raro acume che riesce ad avere sempre una visione intensa e completa dei testi sui quali lavora. La sua impronta è la penetrante verità che trasmette, soprattutto attraverso un lavoro accurato e profondo con gli attori. In questo caso, il compito pare essere stato arduo poiché l'intero mondo di questi quattro personaggi, si perde nella vacuità di un' operazione cui sembra mancare una vera ragion d'essere. La mancanza di un reale arco drammaturgico e la ridondanza dei dialoghi, rendono un senso di incompiutezza, come se nella stesura dell'opera mancasse la concreta urgenza di convogliare un messaggio, di donare qualcosa di autentico al pubblico. Nonostante il buon livello interpretativo, il lavoro delle due attrici non riesce ad essere valorizzato dalla drammaturgia, e tutto resta avvilito, avviluppato su sé stesso.  Di “Passando la notte sott'acqua” ciò che resta è una nebbiosa inconsistenza che evapora via dalla testa degli spettatori prima ancora che escano dal teatro.

Susy Suarez 


PASSANDO LA NOTTE SOTT'ACQUA

regia Filippo Gili

di Lorenzo De Liberato
con Giorgia Ferrara, Federica Valloni, Pietro Marone




mercoledì 21 dicembre 2022

LA SIGNORINA PAPILLON (NEL PAESE DEI BRUTTI SOGNI) - Regia di Piero Di Blasio


In scena dal 15 al 18 dicembre al Teatro Lo Spazio “La Signorina Papillon” testo teatrale di Stefano Benni per la regia di Piero Di Blasio
Benni è un narratore eclettico ed estremamente prolifico le cui opere sono prevalentemente caratterizzate da stravaganti costruzioni narrative ricche di satira e comicità surreale. Con “La Signorina Papillon” Benni conduce lo spettatore nel giardino di Rose (Valeria Monetti) una donna ingenua e indifesa, mai allontanatasi dalla periferia di Parigi. Quel luogo è tutto il suo mondo. Lì trascorre il tempo a collezionare farfalle, a scrivere il suo diario e a curare le rose in compagnia di un pappagallo impagliato. Tutta l'azione si svolge proprio tra il verde del suo giardino, con l'immagine della Tour Eiffel sullo sfondo, emblema della grande città corruttrice (una Parigi di fine 800) in antitesi alla purezza incontaminata della giovane Rose. I tre personaggi che le ruotano intorno mirano a condurla proprio lì. Marie Louise (Ludovica Di Donato) la parigina spregiudicata e arrivista, Armand (Piero Di Blasio) il soldato sbruffone, Millet (Mauro Conte) il poeta mellifluo e seduttore, si fingono amici e innamorati ma tramano un diabolico piano. L'allegra cialtroneria dei tre personaggi suscita un sentimento di iniziale simpatia nello spettatore, sentimento che evolverà in un senso di inquietudine in seguito al loro trasformarsi in demoni tentatori, grotteschi e decadenti nella loro ipocrita disonestà. La maestria sta proprio nel riuscire a far ridere con quella che in apparenza è una commedia densa di nonsense e comicità delirante, di fronte alla quale è impossibile trattenersi, ma nello stesso tempo provocare un senso di disagio e straniamento. Proprio per questo il testo di Benni non è di semplice esecuzione nonostante la leggerezza. Esso necessita infatti di quattro interpreti di notevole mestiere e talento, nonché grande affiatamento considerate le dinamiche vorticose, le gag, le battute dai ritmi serratissimi, le allusioni e i giochi di parole che suonano come intricati scioglilingua. Piero Di Blasio è un attore, cantante, doppiatore e regista teatrale, ed è riuscito con la sua direzione a elaborare il meccanismo ideale, conferendo il giusto valore all'opera di Benni, rappresentata per la prima volta nel 1992 e nel corso degli anni da svariate compagnie teatrali, ma non sempre con lo stesso ottimo risultato. Ludovica Di Donato, Mauro Conte, Valeria Monetti e lo stesso regista e interprete Pietro Di Blasio, hanno tutti alle spalle anni di palcoscenico e, fusi in un amalgama corale perfetto, sanno come divertirsi e far divertire. 

Susy Suarez

LA SIGNORINA PAPILLON

(NEL PAESE DEI BRUTTI SOGNI)

di Stefano Benni

Regia: Piero Di Blasio

Costumi: Francesca Grossi

Movimenti coreografici: Felice Lungo

Luci e tecnica: Federico Luciano

Foto: Valentina Ciampaglia

Con:

Valeria Monetti

Ludovica Di Donato

Mauro Conte

Piero Di Blasio

lunedì 28 novembre 2022

DIARIO DI UN INADEGUATO - Ovvero Mumble Mumble atto II - Regia di Giuseppe Marini


Nonostante la pioggia battente di un martedì sera, il teatro Cometa Off era gremito per la prima del ritorno in scena di Emanuele Salce e il suo “Diario di un inadeguato” diretto da Giuseppe Marini, le cui repliche si protrarranno fino al 18 dicembre. 
In un gioco di metateatro, Emanuele esordisce cercando di esporre al suo compagno di scena (Paolo Giommarelli) 
 l' idea per un nuovo spettacolo che vorrebbe essere il sequel di
“Mumble mumble – Confessioni di un orfano d'arte”, pièce realmente già portata in scena dalla coppia qualche anno fa. Giommarelli sulle prime è ritroso e cerca di convincere Salce che l'idea di un sequel è troppo pericolosa non essendo quasi mai all'altezza delle aspettative del pubblico. Salce però non desiste e nello sforzo di convincere il collega a collaborare, inizia a recitare il suo copione pezzo dopo pezzo coinvolgendolo attivamente chiedendogli di interpretare prima la parte del disincantato psicologo, poi del regista teatrale cinico e un po' cialtrone. Salce apre nuovamente il diario delle sue memorie e condivide aneddoti di intimità familiare e personale svelando conflitti e disagi con la sua personale cifra elegante e raffinata, sostenuto da una drammaturgia dal lessico signorile e ricercato, intriso di educata ironia “british” anche lì dove la narrazione diventa più “esplicita”. Rivanga la sua vita da casanova solitario, schiavo della propria libertà, relegato a un'esistenza di confortevole e solinga routine. Ci porta a comprendere che il suo fuggire da qualsiasi relazione seria sostanzialmente è attribuibile al perenne sentirsi inadeguato, incapace di meritare l'amore e la stima di una donna, ma le sue certezze vacillano grazie all'inatteso arrivo di una bella australiana che si piazza in casa sua per qualche giorno. Seguono momenti di vita domestica nella grande famiglia allargata Salce-Gassman, fino a raccontare poi il suo disastroso esordio a teatro come attore e la sua condizione di “figlio di” quasi condannato alla carriera artistica, crocifisso dalle aspettative insensate dei colleghi derivanti esclusivamente dal suo cognome, come se “Salce” fosse una formula magica che rendesse automaticamente abili a calcare il palcoscenico. Emanuele ci racconta, senza pudore né remore, di quanto si disapprovasse e dicesse continuamente a sé stesso di non valere abbastanza vivendo la sindrome dell’impostore fino a pensare al suicidio. La genialità di questa scelta sta nel fatto che adesso può farlo dall'alto del suo incriticabile talento e carisma. Con la raffinatezza che lo contraddistingue dimostra adesso di poter persino sbeffeggiare quelle che furono le sue debolezze. La sua autoironia è sorprendente così come la sua singolare presenza scenica e sicurezza come artista, a cui è arrivato in seguito alla gavetta e un percorso di impegno e passione, omaggiando così il suo cognome e il ricordo del padre Luciano Salce (1922/1989) regista teatrale e cinematografico, commediografo e memorabile protagonista della vita artistica del nostro paese. La regia di Marini sceglie di lasciare la scena come una scatola nera in cui è appoggiata solo una sedia sulla quale compare e scompare il compagno Giommarelli. Efficace e coinvolgente l'intervento registico sulla ritmica che Salce ha saputo imprimere alla sua performance. Salce, in un flusso di coscienza, non smette mai di inanellare pensieri e aneddoti esilaranti che mi hanno fatto letteralmente ridere fino alle lacrime. Dipinge luoghi, cose e persone mutando vocalità, gestualità ed espressività con maestria, imprimendovi un'autenticità dal sapore retrò. Esorcizzando il passato celebra il presente. Il paradosso è che questa operazione potrebbe essere percepita come narcisistica o autocelebrativa, ma di fatto non lo è. Salce, saldo nell' “adeguatezza” del presente, condivide col pubblico il suo percorso di autoconsapevolezza con onestà. Attraverso un’intenzionale rottura degli schemi di finzione, recitando sé stesso recita l'inadeguatezza di tutti noi.

Susy Suarez 


DIARIO DI UN INADEGUATO

ovvero Mumble Mumble atto II

di Emanuele Salce

con la collaborazione di Andrea Pergolari

con Emanuele Salce

e Paolo Giommarelli

regia di Giuseppe Marini

musiche Paolo Coletta

Costumi Duma D’Andrea – Disegno luci Giacomo Cursi – Assistente alla regia Edoardo Frullini